La dolorosa anestesia di Fumettibrutti

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Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti, scava ancora nella propria storia, nei frammenti strappati del proprio vissuto. “Anestesia”, pubblicato da Feltrinelli Comics, è “un intervento a vivo” che non ammette il paradiso conciliante della morfina. La graphic novel e la sua autrice saranno le protagoniste, l’otto dicembre, di un talk in streaming in occasione di Bande de Femmes 2020, il festival del fumetto e dell’illustrazione delle donne organizzato dalla libreria Tuba dal cinque all’otto dicembre.

Il nero, il bianco, l’anestesia, il dolore

Pagina bianca, pagina bianca, pagina nera, pagina nera. Pagina bianca. La potenza dell’oscurità, la ricerca di un barlume di luce. L’allucinazione e la realtà, il pieno che si confonde nel vuoto. La parte più dolorosa di “Anestesia”, l’ultima graphic novel di Fumettibrutti, è probabilmente questa. Una successione di pagine senza alcun tratto. Immacolate come il sonno che allontana il dolore e abbacinanti come il sole che acceca all’uscita di un tunnel.

Anestesia – Fumettibrutti

Ed è proprio quando l’autrice fa un passo indietro nella sua storia che si aprono questi squarci. Momenti in cui il plasma del vissuto individuale diventa sangue collettivo. Frammenti di sospensione rispetto ai vortici biografici, un passo dalla veglia al sonno drogato, dalla guerra individuale ed allucinata alla pace anestetica. Ed è proprio in questa sospensione che segna un punto di passaggio nella storia fra quello che è e quello che è voluto e deciso, cercato e sofferto, che il lettore può ritrovarsi ed abbracciare Yosephine Yole. Il corpo, protagonista fino a quel momento del fumetto, non è più un oggetto di “contestazione” ma diventa quasi elemento spirituale, sospeso, fluttuante. Transitante. Di passaggio fra una dimensione terrena e una sfera impalpabile, quasi eterea.

Anestesia – Fumettibrutti

“Hai corretto ciò che natura ha sbagliato”. “Sei anche credibile come donna biologica, non avrei mai detto che tu fossi trans”. “Discorsi del cazzo” che segnano il prima, l’attesa, il vuoto pneumatico lasciato dalle fughe e dai tradimenti, lo stordimento stupito di parole considerate da chi le pronuncia superflue, ma in grado di ferire, azzoppare. Di bloccare la circolazione delle gambe. Parole, azioni, frasi, illazioni tanto più violente nel loro essere noncuranti. Il “prima”. E poi…l’anestesia. E poi quella pagina bianca, seguita da una pagina bianca. E quella pagina nera seguita da una pagina nera. Ed infine un’altra pagina bianca. Il risveglio. Che non è mai quiete, non potrebbe esserlo per l’anima di Yosephine Yole, ma diventa conciliazione, abbraccio. Prima di tutto verso se stessa. Un abbraccio in grado di riprendere a dare forma alle pagine. Una forma, finalmente, libera.

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