La rivoluzione della “Feminist Art”

“Feminist art. Le donne che hanno rivoluzionato l’arte” di Eva Rossetti e Valentina Grande, pubblicato da Centauria Editore, è l’ennesima meraviglia tra le opere proposte dal festival del fumetto Bande de Femmes 2020 della libreria Tuba Bazar.

Gli anni ’60 e ’70, gli anni delle contestazioni e della seconda ondata femminista sono stati il terreno fertile in cui attiviste come Judy Chicago, Faith Ringgold, Ana Mendieta e le Guerrilla Girls hanno usato la loro arte per fare spazio a un’immagine di donna vista dalle donne. Sono gli anni in cui donne di diversa estrazione sociale, genere, identità si prendono per mano e impongono il loro spazio nel mondo per lasciarlo alle donne che verranno.

Il file rouge geografico è New York nei cui musei meno del 10% delle opere esposte è di donne.
Eppure, camminando per i corridoi dei maestosi palazzi di questi musei che un po’ tutti conosciamo anche se non ci siamo mai stati, troviamo innumerevoli immagini femminili. Di corpi femminili.

Feminist art

Arte femminista o femminile artistico?

Il corpo della donna, la sua materialità, la sua fisicità, i suoi colori e per estensione le sue sensazioni e relazioni esistono solo attraverso lo sguardo maschile, l’unico possibile e accettato.

La ribellione nasce da questo punto di negazione così evidente eppure così nascosto più che come una critica al patriarcato. Come le verità che sono sempre state sotto gli occhi di tutti e che non vengono riconosciute tali quando vengono rivelate, così le installazioni artistiche femministe che iniziano a occupare spazio, a prendere forma e a imporsi nel panorama artistico, vengono ridotte a una ricerca di notorietà e fama o più banalmente di arte fatta da donne.

Noi sappiamo che è molto di più. L’arte femminista non è un’arte creata da donne e non è un’arte che basa la propria identità sull’opposizione al patriarcato: è un’arma, un codice e un linguaggio di riappropriazione in mano a delle attiviste politiche.

Quattro storie per ricomporre un puzzle che non è ancora finito

Le quattro personalità artistiche femministe di questo fumetto sono un crocevia di storie e passati diversi ma convergono in una condizione comune e nella voglia di instillare un cambiamento.

Il mezzo artistico diventa veicolo della ricostruzione di una storia comune, di percezioni negate e taciute personali e comuni. Quello che rende queste artiste uniche e preziose è che ognuna delle loro storie è molto più del saldo di un conto personale. Attraverso la propria storia queste artiste ritagliano uno spazio all’interno della comunità, chiamano le cose con il loro nome, attribuiscono valore a se stesse e alle altre, si liberano dello sguardo maschile e diventa quindi fondamentale condividere le loro storie con il mondo.

Feminist Art: la storia personale che diventa moto collettivo

Judy Chicago, nata Judith Sylvia Cohe, cambiò il suo cognome in Chicago secondo l’usanza del Black Panther Party. Faith Ringgold, nata e cresciuta ad Harlem, parte dalla condizione di donna nera del ghetto per conquistare legittimazione per tutte le donne come lei. Ana Mendieta, figlia di un avvocato e un medico cubani, viene data in adozione a una famiglia dell’Iowa mentre il padre soffre la persecuzione politica. La sua arte esplora il senso di appartenenza inscindibile dalla fisicità corporea e dal luogo. Morirà precipitando dal 34esimo piano del suo palazzo, con tutta probabilità per mano del suo compagno che verrà rilasciato per mancanza di prove.

Il collettivo Guerrilla Girls usa i muri per veicolare messaggi sovversivi, iniziare a nuove prospettive e mettere il dito nella ferita che fa più male per risvegliare forza emotiva.

L’arte diventa codice di reinserimento delle parole tabù che riguardano il corpo della donna come nell’esposizione su un tavolo triangolare di 39 mise en place raffiguranti 39 vagine di altrettante donne importanti e famose ad opera di Judy Chicago.

Dobbiamo ricordare che questa donne hanno avuto il coraggio di iniziare un percorso di cambiamento affinché metà della popolazione mondiale non fosse più rappresentata attraverso lo sguardo maschile.

Perché, come nelle parole di Faith Ringgold “se non sei tu a raccontare la tua storia domani lo farà qualcun altro”.

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