Rompere le bolle

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Stiamo guardando le immagini di un “concerto nelle bolle”. I Flaming Lips a Oklahoma City hanno “suonato” davanti ad un pubblico incastonato in bolle di plastica. Microcosmi dove le persone, divise in coppie hanno potuto ascoltare la band (a loro volta avvolta individualmente in sfere trasparenti) suonare.

Macrobolle farcite di corpi che trasmettono informazioni musicali attraverso un amplificatore collegato ai musicisti.

Una specie di schiuma party di Ibiza vista dalla prospettiva della particella di sodio dell’acqua Lete.

Siamo in difficoltà, ormai da un anno non possiamo assistere a spettacoli dal vivo che abbiano quella consistenza che tanto amavamo.
E che tanto amiamo.

Perché ricordiamo bene come ci si sente. E ne sentiamo la mancanza. La malinconia fa capolino ad ogni immagine di concerti affollati, di persone che cantano a squarciagola e che si dimenano per cancellare le stagioni. Sì, perché ad un concerto fa sempre caldo.

Ad un concerto è sempre estate.

Un anno senza file all’apertura dei cancelli, un anno senza pratoni pieni di corpi sudati e saltanti. Un anno senza poter tornare a casa con i muscoli delle gambe distrutti per aver trascorso due ore in punta di piedi cercando di scovare il palco oltre la testa della persona altissima, puntualmente piazzata davanti a noi a coprirci la visuale.

All’inizio abbiamo provato con lo streaming. Ci siamo sentiti moderni e tanto smart.

Triggerati dal mondo che verrà.

Pronti al Matrix.

Abbiamo provato ad accorciare le distanze con uno schermo, ci siamo sentiti dei privilegiati per poter entrare nell’intimità delle case dei nostri artisti del cuore. E ci siamo ritrovati a guardare compulsivamente, su quel caro e indispensabile black mirror, gli spazi privati di tutti quelli che avremmo voluto vedere saltare su un palco.

Abbiamo vissuto i primi mesi come se tutto fosse una puntata di The Osbournes, ma questo Grande Fratello musicale non ha funzionato.

Abbiamo costruito una bolla protettiva e fatto finta che quello che percepivamo da dentro le nostre stanze fosse un suono reale di vita. Abbiamo pensato di poter sostituire gli abbracci con le videochiamate e non ci sono bastate se non per un paio di mesi. I mesi della paura più feroce, quella in cui tutto era arrivato all’improvviso.

Sì, i mesi dove ci sbracciavamo dai balconi a dire che tutto sarebbe andato bene.

E in effetti avevamo ragione.

È andato tutto bene in questo mondo sospeso, in quest’anno in apnea.
È andato bene, tutto quello che è rimasto reale è anche andato meglio.

Reale come un corpo che vive e che in una bolla si sente stretto.

Che sia istinto di sopravvivenza?

Forse si. Forse è per questo che ormai i bollettini di guerra ci colpiscono poco ma teniamo alta l’attenzione sulle notizie riguardanti i vaccini. Su quell’immunità al virus che renderà i nostri corpi liberi di tornare a fare i corpi.
Perché non sta andando bene fare a meno dei corpi. Pensare di incastonarsi in una bolla di protezione non può che essere un rimedio necessario ma temporaneo.

Necessario per ricordare che la musica non è scomparsa, che i palchi esistono anche se vuoti, che l’arte continua a correre e scorrere, che il comparto artistico è economicamente in ginocchio, che la vita non è lavoro e casa, che quello che ci rende vivi è fuori dalla nostra bolla.

E non vi nego che vedere la musica da vivo intrappolata in strane bolle trasparenti mi ha fatto inorridire. Perché non ha funzionato.

Nelle bolle non c’è estate.

Non ha funzionato perché abbiamo bisogno di corpi per essere musica.

Abbiamo bisogno di sentire, di caldo, di sudare, abbiamo bisogno di farci infastidire dall’odore del nostro vicino, quel vicino che si avvicina sempre di più. E che pensavamo ci togliesse spazio. Invece lo definiva, guarda che sciocchi che siamo stati.

Quel vicino maleducato che ci colpiva con il suo zaino ci definiva.

Ci definiva nel coro di quei corpi collettivi, in quelle maree umane che cantano all’unisono.

Ci siamo definiti in quei brividi che partivano dal palco e arrivavano agli spalti.

Ci siamo riconosciuti in quell’aria carica di sudore e cattivi odori.

E non perché siamo punk, ma perché siamo umani.

Talmente umani che abbiamo bisogno di fastidio per ricordarci che siamo vivi.

Fuori dalle bolle.

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