I Hate My Village
I hate my village

I Hate My Village: potenti come una supernova

Ultimo aggiornamento:

Gli I Hate My Village in un’altra tappa del tour da sold out. La nuova superband italiana riempie anche l’Angelo Mai di Roma che gli dimostra tutto il suo amore, potente come una supernova.

Incontri di stelle

In astrofisica le fusioni tra stelle non sono fenomeni rari. Proprio in Italia, l’anno scorso, si è registrata la fusione di stelle più grande mai avvenuta nella nostra galassia. Anche nell’universo musicale si sono registrate fusioni tra stelle provenienti da gruppi diversi ma spesso questi episodi si sono esauriti in una fortissima ma breve deflagrazione.

In Italia invece il fenomeno è meno frequente. Il supergruppo più prolifico e di successo è sicuramente quello dei The Winstons, ma, a quanto pare, la cosa si sta ripetendo.
E sta accadendo con gli I Hate My Village, la superband composta da Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion, Fabio Rondanini dei Calibro 35 e degli Afterhours, Marco Fasolo dei Jennifer Gentle e Alberto Ferrari dei Verdena.
Il progetto nasce dall’incontro tra Viterbini e Rondanini intorno alla loro passione per la musica africana. Ad una serie di jam session è seguito il desiderio di registrare quegli incontri musicali e, quindi, di farlo insieme ad un guru come Marco Fasolo. Ed è stato proprio lui a suggerire di inserire nei pezzi delle linee vocali che i 3 hanno immediatamente identificato in quelle di Alberto Ferrari.

Gli I Hate My Village sono quindi diventati una realtà complessa, come la musica che producono. Come l’immaginario e le influenze che traducono in suoni originali e potentissimi.
E che hanno raccolto in un album che in Italia non si era mai sentito.

Trasmutazione magica

Come la musica africana ed i suoi ritmi ipnotici spesso accompagnano riti mistici, così il suono degli I Hate My Village possiede chi lo ascolta.

La loro capacità di trasmutare ritmi e dinamiche musicali lontane come quelle dell’Africa occidentale, in suoni elettrici e con strumenti “occidentali” è quasi stregoneria.
Ed è realizzabile solo perché i musicisti sono di un altro pianeta.

Questa trasmutazione è talmente profonda da generare un suono unico ed originale, al confine con il math rock, qualcosa che nel nostro paese non si è mai sentito.

Per questo gli I Hate My Village non saranno un fenomeno passeggero, una deflagrazione di un momento.

E questo lo sanno gli stessi componenti del gruppo che da musicisti navigati non possono ignorare la magia che si è creata tra loro. E con il pubblico.
Il loro tour ha spesso registrato tappe da tutto esaurito ed anche all’Angelo Mai di Roma è stato così.

Tutti, stipati, uniti in un rito collettivo, percorsi da un’onda sonora che schiaffeggia come il mare in tempesta.
E poi sul palco a circondare la band che vuole il suo pubblico intorno, per ribollire della sua passione e farsi ispirare dalle sue pulsioni.

Spesso gli I Hate My Village hanno dichiarato di aver voluto registrare l’album che avrebbero voluto ascoltare.

A giudicare dal successo ottenuto, non erano gli unici a volerlo.

Altre storie
Blindur: la musica fra sospensioni ed esplosioni