Piuttosto Che: Ho fatto il classico, ma ho smesso

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Ha fatto il classico, e questo è un dato di fatto.

Come è un dato di fatto che sappia usare perfettamente la locuzione congiuntiva “Piuttosto che”.

Pierluca Mariti, in arte Piuttosto Che, è un content creator di successo, ma anche autore e interprete di uno spettacolo divertente e pungente: un attore piuttosto che uno stand-up comedian.

“Ho fatto il classico”, costantemente sold-out in tutta Italia è un reading che combina monologhi comici con momenti di improvvisazione, qualche incursione didattica e fugaci passaggi emotivi. Il tour è prodotto dall’associazione culturale We Reading, progetto di letture non convenzionali diffuso in diverse città italiane, che per l’occasione debutta nel campo della produzione dei grandi spettacoli nazionali dal vivo.

Ride bene chi ride di sé

Un incrocio perfettamente riuscito fra Ludovico Ariosto e Britney Spears, una sintesi ideale fra la contemporaneità social(e) e il pensiero classico. Con “Ho fatto il classico”, Piuttosto Che ci e si rivela, scopre i fili conduttori centenari della nostra cultura (e della nostra ignoranza…), riesce ad essere contemporaneamente l’Astolfo di Orlandiana memoria e il cliente vittima di un call center.

Ho fatto il Classico” è uno show senza pretese letterarie o filologiche in cui molti potranno riconoscersi, ma anche un modo per Pierluca di sfondare la quarta parete rappresentata dallo schermo dello smartphone per raccontarsi anche dal vivo.

Ed è proprio nello spazio quasi leopardianamente infinito che intercorre fra social e palco che si scorge l’intento più profondo di Mariti: decostruirsi per crescere e rinascere, una sorta di “non ci si bagna due volte nello stesso fiume” di impronta eraclitea. “Il mio motto è ride bene chi ride di sé – ci racconta -. Ridere di me stesso permette di decostruirmi, di gestire il mio rapporto con gli altri”.

La lingua che diventa corpo

Ed è proprio in questo margine spazio-temporale fra virtuale e reale, che Piuttosto Che cerca di inserirsi per raccontare la nostra realtà, le sue contraddizioni, le sue piacevoli sorprese. “I social sono stati un mezzo per ricominciare a respirare in maniera espressiva e personale. Però tutto quello che creavo aveva senso per me soltanto se fosse diventato esperienza per gli altri. Il rischio delle interazioni digitali, infatti, è che si perdano in modo molto veloce. Uno spettacolo, invece, consente di fermare questi rapporti, di dar loro senso”.

Ma per realizzare questo ponte fra digitale e reale, non basta tradurre le dinamiche di un mondo nell’altro, occorre impegnarsi a trovare una chiave di lettura universale, in grado di parlare a tutti e di essere ascoltata da tutti. “Calvino dice che il rapporto con la lingua è un rapporto di corpi, chi usa l’italiano male prende le distanze dagli altri. L’aridità è prendere distanze dalle parole e dai corpi e dalla realtà”.

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