Rancore: “La musica riesce a rompere le parole e liberare le cose”

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Rancore, dopo aver vinto con Eden il premio Sergio Bardotti come miglior testo al Festival di Sanremo, ci racconta come le parole riescono a darci una posizione nel mondo e come, spesso, sia necessario alzare la voce per rompere le barriere e i limiti invisibili

Rancore
Rancore

Rancore: le parole sono il recipiente del mondo

Codici e rime. Codici e linee. Codici e rumori. Codici e parole. Un alfabeto in perenne costruzione e in costante distruzione. Un universo che si “stacca, morde, spacca separa”. Un mondo che si regge sui binari tracciati dalle parole e che precipita al buio per trasformarsi, per rinascere. Il rap che non solo si mescola con la letteratura, ma diviene esso stesso letteratura e linguaggio. Un modo per decifrare il “codice” della realtà e trasportarlo in un altrove. Rancore è l’artista italiano (e non solo…) più interessato ed attento al valore delle parole. Alla loro potenza, al loro suono, al loro rumore.

“Le parole sono un po’ il recipiente in cui abbiamo inserito tutte le cose del mondo, affinché gli umani possano capirsi l’uno con l’altro perché altrimenti il mondo sarebbe stato una parola sola – ci racconta -. Anche perché il mondo è tutto unito, poi arriviamo noi e lo dividiamo in parole. Quello che mi piace della musica è che riesce a romperle queste parole e in un certo senso riesce anche un po’ a liberare le cose “.

Rancore
Rancore

Una “liberazione” che si conquista con la complessità e con la ricerca, rompendo il muro della semplificazione. Un impegno intellettuale necessario per far fronte ad un’omologazione che rischia di trasformare il reale in una “simulazione” di se stesso.

“Il mondo ha un linguaggio complesso, la natura ha un linguaggio complesso, ogni volta che noi proviamo a renderla dozzinale o a vederla in maniera più semplice, comunque ne percepiamo sempre una parte. Quindi, a volte, la verità è una strada a doppio senso, è come per comprenderla fino in fondo sia necessario accettare i controsensi che nasconde “.

La letteratura in musica

Ponti e strade di parole che attraversano mondi, epoche, arti e influenze. Le canzoni di Rancore sono vestiti cuciti con ogni forma di tessuto artistico. Proprio come l’abito di “Arlecchino”, una delle canzoni contenute nel suo ultimo disco “Musica per bambini”, che è confezionato con oltre cinquanta diversi riferimenti che spaziano dal fumetto (nella prima strofa), alla letteratura (nella seconda strofa), fino alla pittura (nella terza strofa). Una contaminazione necessaria per raccontarsi e raccontare, per trasformare la musica in arte tridimensionale.

“Sono un grande amante di quello che la letteratura può regalare alla mente umana e alla fantasia umana – ci spiega -. Quindi mi piacerebbe che la musica avesse degli elementi letterari, poetici, ermetici, narrativi. Cerco di costruire dei testi che abbiano un collegamento, una storia, dei colpi di scena, un finale, un inizio. Realizzo un’architettura che mi consenta di viaggiare su dei binari costruendo una storia vera e propria, ma che poi mi faccia rompere quei binari per entrare in un mondo completamente fantastico “.

Rancore
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Urlare per rompere le barriere

La distanza fra realtà e fantasia, così, diventa labile e le parole consentono di attraversare questi mondi, di viaggiare in andata e ritorno, di creare e distruggere ponti e legami. Partecipano alla creazione dell’irreale attraverso il reale e contribuiscono alla definizione della realtà attraverso l’irrealtà.

“Usando le parole in un certo modo, nella matematica musicale, si riesce a dare una posizione nel mondo alle cose e ad unirle ad un altro mondo che è quello della fantasia. Questo perché le parole hanno un qualcosa di magico. Le rime in particolare portano ad unire le cose ed è come se non fossero poi più le parole a fare rima ma fossero le cose stesse”.

Il video di Eden

Rime parlate, cantate e a volte urlate. Come quelle di “Underman”

“E non mi sento bene, devo alzare un po’ la voce
Vai così, voglio che rimbombi tra i palazzi
Sono quattro giorni che ho la testa che mi cuoce
Ora al quinto giorno io sorvolo i nuovi spazi”

La necessità di urlare diventa, in alcuni casi, un mezzo di sopravvivenza, un’esigenza per rompere muri altrimenti insormontabili. “A volte se non alzi la voce c’è qualcuno che cerca di coprire la tua e spesso, purtroppo, in questa guerra psicologica che viviamo urlare è un modo per rompere la barriera invisibile che abbiamo intorno; perché il suono è un qualcosa di invisibile, forse una delle poche cose che riesce a distruggere le barriere invisibili e i limiti invisibili”.

Underman

Il rumore e la musica

Un urlo che diventa rumore e che può trasformarsi in musica. “Il rumore è fatto da tanti suoni messi insieme e, quindi, nonostante sembri un’assenza di musicalità è un qualcosa talmente pieno di musica che non riesci a riconoscere la differenza fra una nota e un’altra, un ritmo ed un altro. È tutto sovrapposto e probabilmente se uno prendesse il rumore e lo srotolasse chissà che non nasconda musiche meravigliose”. E nuove parole da amare, da coprire, da caricare, da sparare.

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