Leave Lana Alone

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Lana Del Rey, di recente, è stata vittima in pochissimi giorni di due episodi di bodyshaming sui social. A pochissime ore dalla pubblicazione del nuovo video che annuncia l’attesissimo “Chemtrails over the country club” Giorgieness, nel suo editoriale, parla del percorso musicale ed umano dell’artista ed auspica: “Pensate che bello un mondo in cui un musicista fa musica. E dove non ci interessa che forma ha la persona che ce la regala, ma solo le cose che dice e le note che suona”

Lana Del Rey e la pace con se stessa

Vi stupirà saperlo, me ne rendo conto, ma inizio col dire che sono spudoratamente di parte perché parliamo di una delle mie più care amiche. Il fatto che lei non sappia di esserlo, non vuol dire niente.

Non essendo una giornalista, posso prendermi la libertà di dirlo subito senza mezzi termini: LEAVE LANA ALONE.

Che il body shaming, soprattutto se parliamo di star internazionali, sia una piaga immonda per cui è riservato un girone dell’inferno penso che siamo tutti d’accordo, ma qui c’è un però grande come una casa: Lana Del Rey è ingrassata. E sembra che la stampa e i commentatori seriali dell’internet abbiano sentita l’urgenza di ricordarglielo con forza, perché evidentemente non hanno chiaro il grado di divismo insito in quella donna e quindi pensano che non abbia specchi in casa.

Lizzy lo sai che non hai più il corpo che avevi dieci anni fa?

“Ngul” risponderebbe, in americano stretto, quello Coney Island, vicino Agropoli.

La foto postata sul profilo IG di Lana Del Rey che ha scatenato gli haters

Prima di parlare di quanto la discussione debba spostarsi dal corpo, in generale nella vita, vorrei dire due cose su Lana fottuta Del Rey, sul messaggio che si coglie forte dai suoi album. È una donna non necessariamente forte, non necessariamente algida e impassibile, spesso vittima delle sue stesse passioni, che aveva un sogno soltanto e alla fine ci è riuscita. E ci è riuscita travestita da bambola, patinata, perfetta, mai un capello fuori posto, mai un outfit sbagliato. E ha incarnato un immaginario antico e moderno insieme, una diva decaduta, il retrobottega della Golden Age di Hollywood ma con Instagram. 

La brava femmina americana. 

Ci è riuscita con un album lontano dal pop che ascoltavamo e che ha cambiato le carte in tavola. Basti pensare al fatto che è nato una sorta di genere a parte che io chiamo “Le Lane”. 

E vorrei anche sottolineare come ha sempre avuto un’occhio di riguardo per le artiste donne che spesso sceglie per le aperture e con le quali canta anche qualcosa, se capita.  Per non parlare dell’impegno politico, di quello sociale e del disimpegno social a fronte dei milioni di followers. Se apri il suo profilo sembra quello di tua cugina Maria di Pinerolo, con la differenza che quando posta la foto del gatto sfocata, fa impazzire mezzo mondo. 

Nei brani, il suo personalissimo percorso di vita. Una vita incastrata tra un film di Lynch e una canzone di Lesley Gore rallentata. E lei è stata al gioco: volete questo, io vi do questo. Mi volete bella e triste? Sarò la regina delle belle e tristi.  Ma all’apice di tutto questo, ha buttato fuori Ultraviolence. Che è un disco da pazzi, se comparato a Born to Die.  Ci sono le chitarre! Scherzo, questo è un problema solo da noi. È chiaro, comunque, che tutta quella patina era un momento, era un vestito che le hanno messo addosso e che da brava Marilyn si è fatta cucire stretto. Ultaviolence non è un invito ad avere rapporti tossici, non li romanticizza, li racconta per quello che sono stati per lei.  Solo che, come tutti i rapporti, anche i peggiori, ha avuto momenti idilliaci e ci racconta anche quelli, senza vergogna.  Scopriamo quanto è davvero scura e quanto sia potente la sua scrittura. 

Scorriamo veloci poi fino a NFR, seguendo un percorso che vede altri due dischi sempre alla ricerca di qualcosa: a volte ci riesce meno (Honeymoon) altre meglio (Lust for life, buon punto di incontro tra Ultraviolence e Born to Die). 

E proprio con l’ultimo album, secondo me, che possiamo cogliere il motivo per cui non sente più il bisogno di essere qualcosa che piaccia a qualcuno.  Solo qualcuno che piaccia a se stessa, in questo momento.  Quando l’ho sentito la prima volta, ho avuto l’impressione di essere davanti ad una persona che ha raggiunto una forma che da tempo sentiva di avere, ma che non era riuscita a mettere a fuoco del tutto. L’elogio della bellezza esteriore lascia spazio a riflessioni intime, pacifiche anche in tempo di guerra. 

Norman Fucking Rockwell

E fa pace con se stessa, più volte, fino ad ammettere sorridendo che hanno scambiato la sua gentilezza per poca forza quando si sbagliano, semplicemente non ha voglia di discutere per far capire agli altri il suo valore e non sente il bisogno di trattare male qualcuno per sentirsi meglio con se stessa. Ed è legittimo.

Detto ad una come me che ci tiene ad avere un buon rapporto anche col fruttivendolo, capite che non posso non volerle bene a priori. 

E penso sia indicativo il fatto che dopo aver parlato di “daddy” per anni, dopo aver raccontato di quel bisogno di sentirsi piccola tra le braccia di qualcuno molto più grande, inizi l’album cantando di un ragazzino. “Goddam, man-child” è la prima cosa che le senti dire. 

Di solito riporto questa frase per il suo continuo, perché in realtà mi ha fatta volare altissimo l’idea che partisse così in canna, ma soffermiamoci su questo. Ho pensato “che bello, spero di capirmi così a fondo anche io un giorno e di saperlo raccontare”. 

Lana Del Rey: il cambiamento e la percezione di Sé

Mi chiedo quindi se davvero il cambiamento fisico non sia legato ad una diversa percezione del sé. Ad un lasciare andare che non è un lasciarSI andare. Ad un aver così tanto guadagnato punti nell’eterna guerra contro noi stessi, da prendersi cura più di quello che c’è dentro che dell’involucro. Infatti non è un segreto che abbia smesso di bere con un percorso dedicato alla cosa, per esempio.  E di segnali ce ne aveva dati tanti, basti pensare che è passata da total Gucci a “ho comprato il vestito per questa occasione mondana incredibile al supermercato e so contenta per fa sta sfilata”. Lo dicevo che ero di parte e non me ne vergogno. Quando un’artista ti fa parlare di se con tanto trasporto, ha vinto in ogni caso. Perché qui ce lo fa capire: me ne frego, bitch!

Venice Bitch da Norman Fucking Rockwell

Me ne frego della musica che va di moda io vivo negli anni ’70 e ne vado fiera. Me ne frego di promuoverlo con effetti speciali, me ne frego di metterci dentro canzoni da cinque minuti, me ne frego se non ho un ritornello forte come “kiss me hard before you go”.  Non sono più una donna in attesa, sono una donna che è un treno, che tu abbia voglia saltarci sopra o scendere non importa, ho una destinazione. Un disco senza tempo e senza cliché. Una donna che si racconta, che rivendica il suo diritto alla debolezza che non è un difetto ma un valore. 

Ci affacciamo al sesto album e tutto quello che sappiamo dire è: Lana del Rey è ingrassata.

E chi se ne frega! Vorrei sapere chi è diventata, cosa l’ha spinta a fare un disco così velocemente visto che l’ultima volta ci ha messo millenni, mi interessa sapere di cosa parlerà, se è legato al libro di poesie che ha pubblicato, se ci sarà un nuovo corto prima o poi che continui la storia dell’altro . Mi interessa sapere dove lo ha registrato, chi lo ha prodotto, che strumenti hanno usato. Ma questo forse interessa a me che sto registrando un album in questo momento, scusate.  Pensate che bello un mondo in cui un musicista fa musica. E dove non ci interessa che forma ha la persona che ce la regala, ma solo le cose che dice e le note che suona. Magari anche cosa si mette addosso e che rossetto usa eh, dalla notte dei tempi ci ricordiamo i musicisti anche per quanto riescono ad essere iconici. 

Il video di Chemtrails over the country club

Ed estendiamo questo ragionamento ad ogni lavoro, perché di sapere se una ministra ha la cellulite o se la barista è di bella presenza personalmente non mi interessa niente. 

Pensiamo ad un mondo senza l’assioma magro=bello. 

Pensiamo ad un mondo senza l’assioma bello=migliore. 

Un mondo senza assiomi

Pensiamolo e proviamo a costruirlo, mattone per mattone, un mondo dove la bellezza è la somma del tutto. È come quando parlano di Lizzo e non mancano mai di ricordarci che è grassa e si accetta. Wow, che roba strana eh? Una persona che sta bene con se stessa per quello che ha dentro e non per come è fuori. E che magari si piace pure, anche se la società le dice che dovrebbe essere diversa. 

Non per essere pesante eh, ma guarda caso parliamo sempre di donne. Perché ancora cercano di confonderci e dividerci partendo dalla cosa più ovvia, il nostro aspetto fisico. Una delle cose che mi fa più ridere è quando “eh ma non fa bene alla salute”. Ma sei il suo medico? Scusa perché non avevo visto la laurea all’università della vita su Facebook.Ma pensi che una buona percentuale delle bellezze che ammiri e a cui aspiri, che hanno tutte le ossa in bella vista, sia sana? No, però non ci dà fastidio. E sai perchè? Perché ci hanno insegnato che dobbiamo vergognarci di quelli che abbiamo deciso essere difetti. E se stai lottando contro tutto per avere il fisico di Belen, Dio come ti dà fastidio che qualcun’altra si senta bene per altre cose, che non voglia fare la fatica che fai tu per essere “oggettivamente bella”. 

Questa non vuole essere una critica a chi si prende cura del suo corpo in quel senso, a chi ama avere l’addominale contratto e il culo sodo, anche io mi alleno – a giorni alterni, nel senso oggi no, domani neanche, magari dopodomani – anche io mi piaccio di più con una certa forma, anche io perdo quindici minuti della mia vita ogni sera per struccarmi e mettermi pozioni in faccia. 

È una critica a chi ci fa sentire così, in dovere di migliorarci sempre. In dovere di rispettare dei canoni. Perché è ovvio che poi la psicologia fa il suo e ci mette l’una contro l’altra. È come quando a scuola la tua compagna che chiameremo G. Prendeva nove nei compiti per cui tu sapevi che non aveva aperto il libro mentre tu, che avevi passato giornate a studiare, prendevi sette. Quella G. La odiavi. 

Ma dobbiamo capire che non c’è una medaglia alla fine. 

Non ci sono corpi più o meno meritevoli, non c’è una bellezza oggettiva. Non può essere una malattia, al massimo un percorso di accettazione che prevede imprevisti, sbagli, traguardi e cedimenti. Ed è del tutto personale. 

Soprattutto, e qui ci andrò giù pesante, non siamo tutti belli. Anche questa dittatura del “siamo tutti bellissimi” è nociva e sposta di nuovo l’attenzione su qualcosa di esteriore. Continua a valutare le persone per una parte e non per l’insieme del tutto.La bellezza, il corpo, non possono e non devono più essere argomento di discussione. Il punto è quello che ho detto sopra: la bellezza non è un valore. Da non confondere col fascino, che è una cosa diversa. 

In un mondo di Kardashian preferirò sempre essere una Elena Bonam Carter. Perché il fascino è fatto di intelligenza, declinata anche ad una componente fisica ma del tutto distante dal lineamento perfetto e dalla caviglia fine. Nel 2020 è assurdo continuare a parlare di un bell’aspetto come di un valore, perché non c’è nessun merito nell’essere belli. Capita e basta. E soprattutto nel 2020 è assurdo sottolineare un cambiamento corporeo, farci degli articoli, figuriamoci commentare in quel modo becero, che poi vorrei vederli questi adoni da tastiera. 

In conclusione, io, dopo queste feste di Natale in cui abbiamo comunque fatto scorpacciata di consigli non richiesti, consiglierei a tutti quelli che hanno sentito il bisogno di commentare questo genere di notizie una bella dieta detox a base di broccoli e cavoli loro.

Senza olio e sale, ovviamente. 

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