Lana Del Rey: Norman Fucking Rockwell! e l’oscurità dell’anima

Un noir in musica

“If he is a serial killer, then what’s the worst that could happen to a girl who’s already hurt?”.

Una frase fredda come una lama di ghiaccio, contenuta in “Happiness is a butterfly” che riassume il tono noir di “Norman fucking Rockwell!” l’ultimo disco di Lana Del Rey. La cantautrice americana ha deciso di creare un mondo lontanissimo dai richiami pop, un universo fatto di ombre che rincorrono le pochissime luci che cercano di trovare spazio.

Un album oscuro in bilico fra il tono algido e lacerato delle opere di James Ellroy e il crudo realismo narrativo di Lou Reed. Potrà sembrare un’iperbole, ma fra tanti pseudo-cloni dello stile asciutto del fondatore dei Velvet Underground, Lana Del Rey trova una strada originale e personalissima per raccontare storie di abusi, di margini, di vite prosciugate al sole. La “Dirty boulevard” reediana si trasforma in una Venice Beach (Bitch) popolata di beautiful losers. Perdenti che rincorrono farfalle che hanno la forma della felicità o si lasciano accompagnare nelle proprie notti solitarie dalle parole di un bartender.

“Norman fucking Rockwell!” può anche essere visto come la colonna sonora ideale per accompagnare i romanzi di James Ellroy, un altro “cantore” dei limiti e delle oscurità umane. Lana Del Rey, come una Dalia Nera della musica, racconta storie di perdizione, di sesso, di fughe, di impulsi omicidi. Storie nelle quali la speranza è un pericolo e la felicità ha il suono impercettibile di un battito di ali di farfalla.

Un’opera letteraria e cinematografica

Le sonorità dell’album sono lontanissime dal pop laccato da classifica e prediligono incursioni psichedeliche come nelle code strumentali della già citata “Venice Bitch”, una nenia intrisa di suoni anestetizzanti., così come anestetizzante e psichedelico è il video che la accompagna. E anche quando Lana Del Rey si sposta su versanti più easy-listening, come in “The greatest”, riesce a creare chiaroscuri musicali malinconici e consapevoli. Una malinconia, da fine di un’epoca, che emerge da parole come “Non sapevamo di avere tutto, ma nessuno ti avverte prima della caduta”.

“Norman fucking Rockwell!” ha il sapore di una sigaretta che si consuma da sola, brucia come il sale marino che corrode gli sportelli di una spider, prosciuga come la pelle rovinata dal sole della California e, infine, lascia il sapore dolceamaro di un abbandono che potrebbe diventare un ritorno.

Un’opera letteraria e cinematografica, prima ancora che musicale, che si chiude con una resa, un’ammissione di fragilità: “Hope is a dangerous thing for a woman like me to have, but I have it”. Un barlume in grado di schiarire anche il nero più oscuro. Una confessione personale, accompagnata dal pianoforte, nella quale Lana – dopo averci accompagnato per un intero disco in storie di umanità disperata – si mostra allo specchio e si denuda: “Writing in blood on your walls, ’cause the ink in my pen don’t look good in my pad. They write that I’m happy, they know that I’m not, but at best, you can see I’m not sad. But hope is a dangerous thing for a woman like me to have”. Parole con le quali Lana si scopre fragile. Fragile come noi che le ascoltiamo .

Altre storie
Leyla: rap, femminismo e consapevolezza