Le Endrigo: sono gli effetti collaterali che ci fottono

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Il cambio di un articolo nel nome, che annuncia un approccio diverso alla musica e alla realtà, un disco omonimo che estremizza il lato schizofrenico della band, un lotto di canzoni dolorose e lancinanti, nelle quali non esiste alcuna cura agli effetti collaterali della vita. Le Endrigo – precedentemente conosciuti come Gli Endrigo – hanno pubblicato un album per Garrincha Dischi e Manita Dischi che sfugge ad ogni tentativo di catalogazione. Gabriele Tura, Matteo Tura e Ludovico Gandellini, passano dalle ballad tossiche ad un punk asprissimo, fino a “Korale”, una delle più toccanti denunce sociali in musica mai scritte

Le Endrigo: la mia debolezza è uno stile di combattimento

Nessuna cura, nessuna conciliazione, nessuna pacificazione. Vite incendiate ed impegnate a far fronte a quegli “effetti collaterali che ci fottono”. Uomini divorati in guerra, sangue bevuto da una coppa sporca che diventa liquido infiammabile per appiccare incendi. E corpi, che si contorcono negli spasmi della dipendenza, che si gonfiano dell’acqua del mare, corpi incapaci di restare attaccati alle vite e nelle vite. Corpi che, assurdamente, diventano simboli di una potenza inesistente e presunta, come quella di chi ostenta “il cazzo enorme di chi suona”.

Le Endrigo

Il disco omonimo de Le Endrigo è un manuale di umana debolezza, una debolezza da trasformare in uno “stile di combattimento” per aggrapparsi all’esistenza con i denti, gli artigli e le unghie sanguinanti. La band ha annunciato il nuovo disco cambiando anche il proprio nome (Gli Endrigo), un “gesto minuscolo” con un valore simbolico enorme:

“Un gesto con cui scegliamo di provare a veicolare un messaggio alternativo a quello discriminatorio, machista e predatorio che spesso il mondo della musica si trascina, quasi come una tradizione.

Un messaggio che noi stessi abbiamo in passato contribuito ad alimentare, come protagonisti, come complici o semplicemente voltando lo sguardo da un’altra parte. Sbaglieremo e cadremo ancora, ma avremo due lettere a ricordarci chi vogliamo cercare di essere.

Qualcuno dirà che non esistono differenze di trattamento nella musica.
A quel qualcuno faremo fare un giro sopra, a lato o davanti a un palco con le orecchie ben aperte”.

Le Endrigo

Ed è questo lo scopo della musica “schizofrenica” de Le Endrigo: aprire le orecchie, le porte, le percezioni di chi l’ascolta. Distruggere ogni forma di preconcetto e pretesto. Senza essere concilianti, anche perché la conciliazione spesso può diventare auto-assoluzione dai propri sbagli. Un approccio quanto mai punk, che non pretende di distruggere la realtà, ma vuole raccontarla senza filtri, senza alcun “dispositivo di protezione”. Come avviene in Korale, una canzone alla quale hanno partecipato Amadou, Hassan, Conteh, Aboubacar, ragazzi della Nigeria, Somalia, Sierra Leone, Guinea e Gambia arrivati in Italia con un’imbarcazione di fortuna.

“Abbiamo scoperto che cantare in un microfono fa paura anche se sei sopravvissuto a una traversata tra due continenti, e riascoltare una canzone in cui c’è un pezzo di sé fa malissimo e benissimo sia a chi l’ha fatto per la prima volta sia a chi l’aveva dato ormai per scontato”.

Korale è una canzone che parla di corpi e coscienze. Di colori svaniti e vite da ricucire.

Korale, korale
Le mie due bambine ora sono conchiglie.
Korale, korale
Mia moglie è la cresta di tutte le onde

Un racconto che (ri)apre cicatrici, cantato anche dalla voce di chi non ha mai smesso di sanguinare per tutto quello che ha perso.

Per non dare niente per scontato.

Neanche che l’inverno sia un’invenzione e per non dimenticare che a volte è possibile fottere gli effetti collaterali della vita e tornare a casa senza che nessuno possa impedirlo.

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