Una pezza di Contessa

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Un tweet improvviso di Valerio Lundini, un hype furente sui social e un’esibizione sorprendente dopo mezzanotte su Rai2 a “Una pezza di Lundini”. Niccolò Contessa ritorna così sulle scene, come sempre nascosto in piena vista. E lo fa con un brano che “non è un inedito de I Cani“, forse è un suo inedito o, molto probabilmente, è esistito solo nella brevissima dimensione spazio-temporale di una performance assurda.

Niccolò Contessa: “Togli il cappello passa l’artista”

Un inedito de I Cani. No, un inedito di Niccolò Contessa. Anzi no, un brano che non appartiene a nessuno. Una cover sghemba di un pezzo che non è mai esistito. Una cover di se stesso, in un’eterna presa in giro del proprio ruolo di artista. Affermazioni che, probabilmente, non troveranno mai risposte. Ma parlando di Niccolò Contessa, il fondatore dell’unica vera band indie italiana, I Cani, non sono importanti le risposte e non contano nulla persino le domande. In un impeto situazionista è necessario abbandonarsi a quello che succede ed aspettare. Potrebbe passare un giorno, un anno, un secolo o forse potrebbe non avvenire mai nulla. Ed è questo uno dei talenti del cantautore: creare una dimensione parallela nella quale tutto quello che succede è quasi magico per l’assurda naturalezza nel rompere gli schemi di ogni forma promozionale ed artistica.

E così ieri, dopo un tweet che ha infiammato i social, il cantante de I Cani si è presentato a “Una pezza di Lundini” accompagnato dai Vazzanikki, la resident band del programma, e ha cantato un brano “inedito”. Senza titolo e senza neanche il nome di chi lo ha realizzato (lui stesso? I Cani? Lundini? Un oscuro cantastorie del passato?). Il testo, però, ripercorre la genialità iconoclasta di un cantautore che con le parole distrugge il mondo dorato della musica e se stesso.

“Guarda che bello togli il cappello passa l’artista, quello tanto bravo, sempre impegnato, sempre a sinistra . Isso è cantante, è commediante, è musicista; è pure attore, è opinionista, femminista alla televisione. Bastona il ricco se fa l’arrogante, adora il pubblico quando è pagante e a tutta la città fa la versione, specie alle giovani e alle signore. Perché si sa, che gli piace la figa, la sorca, la fregna, più delle opere di Brecht”.

Uno stralcio che, citando un brano dal primo disco de I Cani, sembra una sorta di (auto)”Hypsteria”. Una demolizione consapevole del proprio ruolo e del proprio essere, ormai svuotato di senso compiuto e ridotto ad un’automasturbazione consapevole. E nonostante il tono scanzonato dell’accompagnamento, il brano è un’amarissima presa di coscienza di un’idolatria folle, di un’ipocrisia che da “velleità” si trasforma in “glamour”.

E a ben pensarci il pezzo è l’ideale continuazione di “Storia di un’artista”, un brano contenuto proprio in “Glamour”.

“Perché lì stanno le cose che ci piacciono i dischi, le foto, i registi, marchingegni alla moda, le muse, gli artisti. E sentirci diversi, creativi, speciali. Tutto, tranne normali. Tutto, tranne normali”.

Ma se in quest’ultimo brano la descrizione del ruolo di “artista” era quasi teneramente cinica, nel nuovo brano non c’è spazio per un pietismo autoindulgente. Nessun romanticismo e nessuna rabbia, solo una presa di coscienza di una vuotezza interiore quasi arrogante.

E ora cosa succederà? Un nuovo disco? Altri singoli? Probabilmente Contessa già ride di tutto l’iperhype creato e canticchia un altro suo brano:

“Miliardi di mondi esistono ancora
Miliardi di vite per provare ancora.

Quindi basta cercare
La notte su Google il mio nome
Io non voglio più guardare
Dentro di me non c’è niente di niente”.

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