Panic Noises: GIN-gle bell’

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Vicky: “Madre, non credo che scenderò a Natale…”

Madre: “Sai, ci stavo pensando anche io, volevo proprio chiederti cosa avessi intenzione di fare…”

V: “Sì, ci ho riflettuto, alla fine lavorerò e poi preferisco evitare qualunque tipo di rischio, il viaggio, l’aereo…”

M: “Io tanto non faccio nemmeno l’albero quest’anno, non ne ho voglia, non c’è lo spirito…”

V: “Ma no… dai, Mamma, l’albero almeno fallo!”

M: “No, non mi interessa, quest’anno va così… Però Vicky, l’importante è che non resti sola. Non sei sola a Natale, vero?”

E niente, pensavo di averla scampata, almeno quest’anno. Credevo di aver archiviato l’intera faccenda con “Non scendo a casa a Natale” e invece torniamo sempre lì. Mettetela un po’ come vi pare, ma resta il fatto che quando hai passato i trenta e sei (ancora) single, le persone intorno a te saranno automaticamente portate a pensare che tu sia sola. E con il tempo e l’esperienza, ho imparato che nell’immaginario collettivo non c’è nulla di peggio della combo:

sola a Natale.

E come per incanto, ecco che si materializza il quarto episodio di Panic Noises.

Il binomio del terrore

Ringrazio ogni santo anno Gesù bambino del fatto che in Italia non abbia mai attecchito l’usanza del bacio sotto al vischio, primo, perché se voglio limonare qualcuno non ho bisogno di certo che sia una pianta a imporlo, secondo, perché questa roba che durante le feste ci sia la forte pulsione alla condivisione di gesti d’affetto – per lo più finti –  è una cosa che mi manda fuori di testa. Sembra che ci si debba sforzare a tutti i costi di mostrarsi allegri davanti agli altri, felici e pieni d’amore, come a scongiurare il binomio tanto temuto, quello che associa proprio la solitudine al Natale.

Perché va bene se stai a sfondarti di gelato sul divano il 23 dicembre mentre guardi Love Actually, ma che tu lo faccia il 24 e il 25 è abominevole. Lì no, non ci sta, cazzo non è consentito. È triste. Tu sei triste. Una persona triste perché sola. A Natale.

“LA scena” di Love Actually

Matrimoni, maternità e vibratori

Sapete che c’è? Ma anche no. Il bollettino dei matrimoni e delle nuove nascite quest’anno me lo risparmio, così come la domanda di rito: “E tu? Hai finalmente trovato qualcuno?” a cui prima o poi, lo giuro, risponderò: “Sì! Un nuovo, sfavillante e incredibile vibratore che mi regala orgasmi da urlo e botte di ossitocina che mi spaccano il cervello!”. Non l’ho ancora fatto, ma in compenso e più di una volta, non mi sono fatta scrupolo ad affermare che di sposarmi e avere figli non ne ho la benché minima intenzione e, dopo qualche istante di sgomento, la mia “infelice” uscita veniva sempre giustificata col fatto che ho una vena di follia che mi contraddistingue da quando sono nata. “Ma lei è sempre stata così…”, a voler giustificare una frase shock e moralmente inaccettabile. “E menomale!”, avrei voluto aggiungere io, mentre invece mi limitavo a prendere certe cose per ciò che erano e sono: uno scambio di parole a caso tra gente riunita intorno alla stessa tavola, che in rarissime occasioni condivide sinceramente ciò che pensa e sente, perché per la maggior parte del tempo è impegnata a fingere che tutto vada bene.

Vicky e il suo vibratore – foto di Giulia Felici

Let Christmas Be-GIN

Ah, ma non quest’anno, questo è l’anno della rivoluzione, della pandemia, dei DPCM, del mondo rovesciato, stropicciato, masticato e risputato fuori, della solitudine assaporata fino in fondo da tutti, soprattutto da quelli che pensavano quanto fosse triste una donna single di 31 anni che si ingozza di gelato sul suo divano, ma che poi hanno sperimentato sulla propria pelle che la solitudine vera può coglierti anche se sei circondato da persone e affetto.

Quest’anno si ribalta tutto, non perderò montagne di soldi al tavolo verde, giocando d’azzardo con amici e parenti, non mi ingozzerò di pistacchi pur di non dover spiegare per l’ennesima volta che essere single alla mia età non è poi così male e che quel divano pensato per due persone, se puoi godertelo da sola è meglio del paradiso.

Quest’anno non ci saranno sorrisi affettati e occhi spenti, né etichette da rispettare. Ci risparmieremo tutta una serie di formalità e faremo volentieri a meno della finzione, salvo quando per telefono o attraverso i messaggi qualcuno dirà: “Questo è un Natale diverso e triste, ma siamo tutti più vicini col cuore”.

Sì, certo, aspetta che mentre mi verso altro gin apro anche la finestra per far volare via questa minchiata.

We can be heroes

E adesso lo dico: io ho come la sensazione che questo sarà uno dei migliori natali della mia vita! Berrò, mangerò e guarderò film in calzettoni sul divano, perfettamente a mio agio con qualcosa che in fondo ha più lati positivi che negativi, perché io nella mia solitudine ho imparato a viverci e ad accettarmi, a conoscermi a fondo e capire come affrontare i momenti di sconforto quando arrivano, e allo stesso tempo ho riconosciuto il giusto valore alla concretezza, alla sincerità di sentimenti, alle emozioni autentiche, alla felicità vera, quella che vedi negli occhi che brillano anche senza i bagliori artificiali di mille lucine. Questo Natale per me sarà un bel Natale, sentirò la mancanza della mia famiglia, certo, ma non per via della festa in sè.

Sono sopravvissuta a un lockdown in solitaria in 53 metri quadrati, ho gestito più mental breakdown in nove mesi che in trent’anni, ho visto il mondo e la mia vita cambiare a una velocità incredibile e alla fine ho comunque trovato un modo per trovare il mio spazio in tutto questo e riuscire ad essere felice. Volete sapere cosa ho chiesto a Babbo Natale quest’anno? Assolutamente nulla. Ho capito che anche da sola “I can be hero”, persino a Natale, e questo è il dono più grande che potessi ricevere.

Madre: “Però, Vicky, l’importante è che non resti sola. Non sei sola a Natale, vero?”

Vicky: “No, Mamma, io non sono mai sola.”.

Io ho me.

Il mio auto-regalo di Natale: i calzini della capsule collection “We Can Be Heroes” by Gubrin – foto di Giulia Felici
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