Frad: Come sono ancora punk nonostante Pistol della Disney

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Punk o non punk, questo è il problema. Sono più punk se vedo “Pistol” della Disney o se lo ignoro sputando per terra solo all’idea? La nostra amata Frad risponde a questi dilemmi con il suo primo articolo per Pinknoises.it. E, a sorpresa, tutto comincia con Squerez dei Lunapop! L’articolo inaugura Punknoises, la nuova sezione della nostra testata dedicata al punk

Una dose di Lunapop per diventare punk

Nel 2000 avevo 13 anni, ascoltavo il pop, l’eurodance, la roba che passava in radio. Mio padre sassofonista faceva parte di una band che si esibiva in balera e io frequentavo spesso quei luoghi. Grazie a mia madre conoscevo molto bene la musica italiana anni ’80, schifavo invece Laura Pausini e Gigi D’Alessio perché mia sorella – più grande di 10 anni -li ascoltava in continuazione e non lo sopportavo. Poi ad un certo punto è arrivato il punk, mi ha colpita come un’onda anomala. Prima ne fui stordita, mi sentii persa, poi una volta ripresa dal colpo, mi resi conto che cancellò tutto quello che c’era stato prima.

L’onda anomala del punk investe Frad

Vorrei dire che il mio primo acquisto musicale fu un cd punk, ma la verità è che il mio primissimo cd fu Squerez dei Lunapop tarocco preso da una bancarella. Lo comprai perché il punk mi fece scoprire che la musica aveva dei generi e non era solo quella che passava in radio e io volevo scegliere il mio genere musicale. All’inizio non volevo fosse il punk perché lo odiavo per avermi cambiato la vita al primo ascolto, quindi pensavo che andando alla bancarella dei cd avrei trovato quello che cercavo, ma i Lunapop non furono all’altezza (per fortuna…).

God Save Sex Pistols

Quando qualche mese dopo il punk inevitabilmente si imposessò della mia vita, volevo decidere almeno quale sottogenere fosse più adatto a me. In quel periodo stavo ascoltando principalmente l’hardcore melodico californiano (NOFX, Bad Religion, Rancid – a proposito, ma come i Nofx si sciolgono??? Fat Mike dimmi che è uno scherzo), ma il genere era quello che mi avevano fatto conoscere i miei amici e volevo distinguermi. Andai quindi in centro da Ricordi, feci un giro nella categoria “cd punk” (giuro ne esisteva una!) e scelsi “Kiss This” un best-of dei Sex Pistols uscito negli anni ’90 (ovviamente non mi chiesi come fosse possibile che una band con un solo disco ufficiale all’attivo avesse un best-of). In copertina le icone estetiche della band: Johnny Rotten e Sid Vicious e uno sputo al centro con scritto il nome dell’album. Ovviamente lo presi subito.

Quell’album e il punk mi cambiarono la vita, mi cambiarono il look, mi avvicinarono all’anarchismo, alla ribellione, all’odio per le istituzioni e soprattutto all’odio per tutto ciò che fosse mainstream. Smisi di ascoltare la radio, macinavo solo musica punk e diventai presto un’intenditrice, conoscevo ogni sottogenere e ogni volta che andavo in libreria era solo per comprare libri sul punk (e di Stefano Benni dai…). 

Ah, il punk è morto. Spoiler

Come potevano i Sex Pistols avere ancora quell’impatto dopo quasi 30 anni dalla loro nascita?

Era il 2001 e la potenza del punk in quegli anni si faceva ancora sentire, ma di lì a poco sarebbe morta. Ah, il punk è morto, spoiler. Anche se molte persone diranno che non è vero. Bisogna quindi chiedersi cos’è il punk? E’ difficile da dire, ma le prime cose che mi vengono in mente di getto sono: una sottocultura, un genere musicale, estetica impattante, distruzione e messa in discussione del sistema di valori della società, odio per la borghesia e il perbenismo. E quindi perché è morto? Perché è morto il genere (c’è qualche gen z che afferma di ascoltare punk per sembrare alternativo? Se esiste non fa una bella vita…), è morta l’estetica (ci si ispira al punk ok, ma quanta gente porta ancora la cresta e il chiodo con le borchie dai…), il punk non fa più paura a nessunx, non sovverte più. Secondo me l’unica cosa che non è morta e che non potrà mai morire del punk è l’attitudine.

Ma la domanda delle domande è una: i Sex Pistols erano davvero punk? Ci sono diverse scuole di pensiero, molte persone che conosco direbbero che i Sex Pistols furono solo una trovata pubblicitaria e che non hanno niente a che fare con il movimento. In parte è vero, il fenomeno Pistols è strapieno di contraddizioni e mi piace anche per questo. Si potrebbe dire che i Sex Pistols furono sia pop che punk, suona strano vero? 

C’è poco da girarci intorno, a Londra il punk arrivò nel 1975 con i Sex Pistols. Se cercate qualsiasi altro gruppo punk britannico vedrete che il periodo di attività parte sempre dal 1976 come in una specie di reazione a catena dopo di loro. Ovviamente parliamo del genere ufficialmente codificato come punk, poi molti diranno che questo è nato con gli Stooges, gli Mc5 o addirittura i Velvet Underground, ma non siamo qui a disquisire di questo.

Se alla me quattordicenne appassionata dei Sex Pistols avessero detto che sarebbe uscita una serie su di loro firmata Disney io avrei detto “che schifo cazzo!”. Ora ho 35 anni, sono passati ventanni e quando ho visto che usciva la serie ero solo felice, non vedevo l’ora di goderne ed esserne (ovviamente) anche un po’ delusa.

Pistol: il punk disneyano

Nella serie Malcolm Mclaren, l’inventore e manager del gruppo, viene dipinto come una specie di scienziato pazzo, un artistoide che usa i Sex Pistols come cavie a suo piacimento, un mix tra Victor Frankenstein e Dalì (ho usato questa citazione solo per darmi arie perché la prima cosa a cui ho pensato in realtà sono gli Street Sharks, cartone statunitense trasmesso su italia1 negli anni 90, dove a 4 ragazzi viene iniettato del dna di squalo da uno scienziato e vengono trasformati in 4 squali antropomorfi).

Il Malcolm McLaren Disney VS Quello reale

Prendete in questo caso 4 ragazzi tossici, emarginati, senza prospettive e iniettategli il dna delle rockstar, così de botto, cosa mai potrà andare storto?

La conseguenza di questo esperimento sono stati appunto i Sex Pistols.

Dal regista Danny Boyle non sapevo bene che aspettarmi perché da Trainspotting a Steve Jobs ha subito una bella americanizzazione (ma sarebbe più corretto dire statunensizzazione), me s’è imborghesito, ha fatto i sordi, s’è ripulito (le ho finite). Devo dire che mi trovo molto in difficoltà a dare un’opinione univoca sulla serie: mi ha appassionata, mi ha annoiata, mi ha emozionata, mi ha fatto storcere il naso. Riporto quindi di seguito quelli che secondo me sono i suoi pro e contro.

Contro:

Lo stile cinematografico statunitense si sente e porta inevitabilmente a narrazioni più prevedibili e personaggi stereotipati (qualcun ha detto Disney? ah no mi è sembrato scus…);

La serie è ispirata al libro di memorie di Steve Jones (il chitarrista dei Pistols) “Lonely Boy: Tales from A Sex Pistol” e questo ne influenza fortemente il punto di vista;

Il caro Johnny Lydon (Rotten) ha criticato la serie e ci è andato pure pesante con le dichiarazioni affermando: “E’ contraria a tutto ciò che una volta rappresentavamo”; “Una fantasia borghese che ha poca somiglianza con la realtà”. Ovviamente non ha dato il suo consenso per procedere con la serie ma ahimè vince la maggioranza e vincono i soldi (c’è anche da dire che le dichiarazioni di Rotten ultimamente sono da prendere con le molle, vista la sua recente elegia della Regina Elisabetta, esattamente proprio quella di “God save the queen, the fascist regime”;

Il ritmo non funziona: se non sei appasionatx dei Sex Pistols, del periodo storico e del punk non andrai avanti a guardarla. Non è molto avvincente e ogni tanto mi sono annoiata anche io;

Il batterista Paul Cook dov’è? Non è caratterizzato, non ha identità, è sempre sullo sfondo (effettivamente i batteristi stanno dietro), eppure è stato lui a creare insieme a Steve Jones i The Strand, il gruppo che anticipò la nascita dei Sex Pistols;

Pro:

Colonna sonora di tutto rispetto (ovviamente…);

Esteticamente è perfetta, i costumi, il trucco, il look, ma anche l’ambientazione. Massima cura dei dettagli. Ti risucchia indietro nel tempo nella Londra degli anni 70. Siouxsie è interpretata da Maisie Williams (Game of Thrones) ed è credibilissima, la scena in cui attraversa la città con un cappotto trasparente e il seno in vista mi ha fatta volare;

Johnny Rotten e Sid Vicious sono perfetti. Anson Boon interpreta Rotten, nonostante la poca somiglianza nei tratti del viso recupera perfettamente in interpretazione, movenze e voce (c’è anche lo sguardo da scoppiatone), mentre Louis Partridge nonchè Sid Vicious ha una somiglianza estetica che fa impressione: lineamenti del viso, postura, corpo (anche i brufoli!);

Louis Partridge

Viene fatto un accenno al ruolo delle donne nel movimento punk con una di critica al fatto che non trovassero spazio perché schiacciate da un ambiente fortemente maschile (e aimè anche abbastanza maschilista). Non mi è bastato per niente eh sia chiaro, ma se la serie fosse uscita 10 anni fa probabilmente non si sarebbero neanche preoccupati di rappresentarlo;

Si sputa tantissimo e questo mi è piaciuto perchè lo sputo è davvero uno dei simboli del punk, si sputa per terra davanti ai perbenisti per provocargli disgusto, ci si sputa sul palco tra band e pubblico, si sputa sulle telecamere, si sputa sulla società;

Punk o non Punk? Questi sono i Pistols

Ma quindi i Pistols sono punk?

Lo sono nell’attitudine, nell’estetica, nei testi, nel genere musicale e non è poco.

Non sono punk perché hanno firmato con le major? Ci sta, il punk è una sottocultura, è underground, fuori dalle logiche capitalistiche e di profitto, mentre loro “se so venduti”. Allora perché questo tipo di contraddizione non viene applicata anche ad altri, come ad esempio Iggy Pop, gli osannatissimi e purissimi Clash o i Nirvana?

II secondo punto che non li rende davvero punk è che sono stati i burattini del loro manager, questo è vero e documentato ma loro erano dei ragazzini (Sid Vicious è morto a 21 anni, non 27) del proletariato che venivano dalla strada, con il sogno di vivere della loro musica, che frequentavano una boutique londinese fetish, non erano una boy-band nata da Disney Channel o da provini fatti da una casa di produzione. Non so per voi, ma per me c’è una bella differenza.

In più nella fine degli anni ’70 in Inghilterra nei loro testi davano della fascista alla regina (lasciamo stare il Rotten di oggi…), parlavano di aborto, di anarchia nel Regno Unito, dicevano parolacce in diretta tv durante l’ora del thè (guardatevi su youtube Sex Pistols: The Grundy Show), Sid si faceva fotografare mentre si bucava, sputavano sul pubblico e ogni concerto era una rissa, la loro musica era tutt’altro che orecchiabile, ben due major hanno annullato il contratto con loro e l’opinione pubblica era fortemente scioccata e preoccupata da questo fenomeno nascente. Il fenomeno era il punk e i Sex Pistols ci stavano dentro, nonostante le grandi contraddizioni.

I Sex Pistols al The Grundy Show

Tutto questo per dire che comunque arrivata a 16 anni preferivo di gran lunga altri gruppi britannici punk come gli Stiff Little Fingers, Generation X, Damned, Siouxsie and the Banshees, quelli più underground e coerenti. Abbandonai i Sex Pistols perché anche io li percepii come qualcosa che si avvicinava troppo al pop, e io in quegli anni il pop lo schifavo.

Dieci anni dopo ho cominciato ad ascoltare altri generi e ho riabbracciato anche il pop, il mainstream e la musica che passa in radio, a quel punto ho anche rivalutato i Sex Pistols. Mi sono avvicinata alla queer culture che secondo me al momento è la cosa più simile al punk rimasta in vita.

Non posso dire che non mi piacciano, mi hanno iniziata alla ribellione e per me saranno sempre un mantra quando vedo che mi sto ammorbidendo troppo.

Se sei appassionatx come me del punk e dei Pistols questa serie è comunque un bel regalo che dà anche dei brividini qua e là.

Personalmente ha risvegliato in me qualcosa di sopito, mi ha ricordata com’ero e anche qualche promessa che mi ero fatta e che non ho mantenuto. Qualcosa che era molto vivo quando ero un’adolescente punk, quella cosa che mi faceva odiare tutto ciò che era mainstream e mi faceva venire voglia di comportarmi male ed essere scioccante.

Più la guardavo e più mi risvegliavo, tant’è che quando ho realizzato che stavo guardando una serie sui Sex Pistols firmata Disney senza battere ciglio ad un certo punto mi sono svegliata e ho pensato “che schifo cazzo!” (segue sputo sul monitor).

Poi ho pensato che sarebbe stato divertente, dopo aver scritto l’articolo, disegnare dei personaggi Disney in chiave punk. Magari anche loro sputeranno sul colosso statunitense e diranno “Che schifo cazzo”!

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