Psychodonna: Rachele Bastreghi una rivoluzione nel bene e nell’errore

Un manifesto identitario che descrive in tutta la sua complessità l’essere donna. Rachele Bastreghi, musicista dei Baustelle, presenta “Psychodonna”, il suo primo album da solista, composto da nove tracce che raccontano le infinite sfaccettature dell’universo femminile. Una dichiarazione potente che non mette filtri alla forza – molto spesso brutale – delle emozioni. Una dichiarazione di intenti, una presa di posizione netta, un desiderio manifesto quanto necessario di libertà.

Sentimenti decodificati

Belle o terribili, ma quasi sempre spaventose, emozioni estremamente diverse tra loro ma tutte legate da una forza propulsiva comune, attraverso la quale trovano voce. Paura e ansia, angoscia e apatia, la difficoltà di dare un ordine a tutto ciò che attraversa l’animo umano traducendosi in caos, protagonista dei testi così come la rabbia. Quella scagliata contro processi sistemici ordinari che tendono a imprigionare le donne dentro gabbie dorate fatte di perbenismi e pacatezza.

Rachele Bastreghi – foto di Elisabetta Claudio

Tutto viene stravolto e messo in discussione, denunciato e argomentato: “Psychodonna” analizza con cruda verità ciò che sta al di fuori, una società ipocrita, giudicante e crudele, insieme alla moltitudine di sentimenti che si celano dentro ognuna delle donne raccontate, apparentemente tante, ma in realtà una soltanto, complessa e animata da emozioni contrastanti.

I conflitti quotidiani

Una guerriera di tutti i giorni, descritta dalla semplicità dei suoi gesti che nascondono la difficoltà di combattere quotidianamente e contemporaneamente due battaglie: quella contro il mondo e quella con se stessa.

Nel primo album da solista, l’artista si prende il suo spazio da cantautrice e compositrice, lo riempie con parole e musica, con arrangiamenti stratificati e sonorità electropop carichi dell’esigenza espressiva che rimbomba chiaramente all’orecchio dell’ascoltatore, trasportato in un viaggio psichedelico e introspettivo, che parla prima alla pancia e al cuore, per esplodere nella mente.

Ritmi incalzanti che invitano a una danza scatenata e liberatoria, immediatamente seguiti da sacri momenti di pausa, in cui i suoni elettronici e le parole lasciano respiro ad archi e pianoforte, melodie più classiche e a contrasto. Una dimensione meditativa messa in musica in un susseguirsi di momenti che sono le fasi di una lunga e profonda analisi di sé.

Rachele Bastreghi – foto di Elisabetta Claudio

Introspezione in loop

Brani introspettivi come “Poi mi tiro su”, che racconta la difficoltà di individuare l’origine del proprio dolore. Un’angoscia paralizzante che confonde e lascia sprofondare. La paura del niente, “che poi niente non è”. E cadere “con la faccia all’ingiù”, sbatterci la testa, diventa l’unico modo per sentirlo davvero, quel male, vederlo e sconfiggerlo.

C’è poi “Lei”, una canzone in cui il conflitto interiore viene rappresentato nel dualismo tra bene e male, tra il giorno, dedicato a battaglie estenuanti, e la notte, dimensione inconscia in cui è concesso liberare l’anima.

Lei, era il vento e agitava il mare
Per non morire
Lei, nuda a bordo di un’astronave
Per poi ghiacciare

Una lotta senza fine contro il caos che regna dentro, ricco di emozioni in contraddizione, “suoni che ti osservano e ti uccidono” e che nel silenzio della notte lasciano sperare “che tutto passi e tutto poi lo si dimentichi”.

E il loop ciclico è un elemento che ritorna anche in Penelope, pezzo in cui compare anche Silvia Calderoni, attrice e performer, e che racconta le battaglie femminili contro una società misogina e ottusa. La tela tessuta e poi disfatta in un continuum che sembra l’unico modo per esistere e resistere, ma che non è altro che uno “stratagemma che inganna il cuore”.

Ore e ore dentro il compito
Dentro un marchingegno semiscenico
Un vestito, un’armatura
Cantare contro la paura

Il video di “Penelope” feat. Silvia Calderoni

Cantare contro la paura per scappare da se stessi senza mai riuscirci fino in fondo, fermandosi un attimo prima di strappare per sempre quella tela immagine allegorica di una gabbia dorata perfetta. Il “lavoro che consuma e che fiorisce per morire” fa spazio nuovamente al caos dei sentimenti, paura, amore, stupore, arrivando fino all’autodistruzione. Azioni ed emozioni elencate da Calderoni in uno spoken finale, una rivoluzione che non conosce limiti o confini, perché parte dalla profondità dell’animo.

Ma dentro questi margini
Ci sono delle forme di ribellione incredibili
La mia diversità
È il mio punto di forza

Silvia Calderoni e Rachele Bastreghi nel video del brano “Penelope”

E suona come un guanto di sfida la versione rivisitata di “Fatelo con me”, brano scritto da Fossati per un’esordiente Anna Oxa nel 1978 e riproposto da Bastreghi come una provocazione canzonatoria e sbeffeggiante, animata da sonorità punk intervallate dall’electropop che ritorna sempre.

Normalmente è facile perché non grido
Dura a lungo, è garantito, perché non mi muovo
Fate con me ciò che volete fare
Provate con me, smettete di sognare

L’ultima traccia dell’album si apre con una citazione di Anne Sexton e la sua “Her Kind”, un componimento recitato con la voce tagliente di una “strega posseduta” che rivendica il suo diritto essere.

Indipendente, vitale, libera. Non conforme alle aspettative della società.

A woman like that is not a woman, quite.   
I have been her kind

Anne Sexton – “Her Kind”

Il brano in questione si intitola “Resistenze” ed è un atto di profonda liberazione, di presa di coscienza e di ribellione. Bastreghi canta di non avere più parole, di non avere più dolore, che “tutto e niente è uguale”.

Fa male sentirlo, fa male vederlo, fa male scegliere di essere “se non vedi più chi eri”. Si deve scendere a fondo per superare quelle resistenze assimilate per indottrinamento, scavare tra le emozioni per vedere chi sei veramente. E nel niente che è apparentemente rimasto, in realtà ci sta tutto.

La musica rituale in un inno rivoluzionario

In una danza rituale fatta di suoni elettronici che assumono i contorni di scenari selvaggi, ricordando quasi dei versi animaleschi, “Psychodonna” è in fine il canto della guerriera, quello che prepara alla battaglia e invita a reagire. L’inno dell’intero album e, non a caso, il brano che dà il titolo al progetto. 

Foto di Elisabetta Claudio

Un lavoro completo e complesso che racconta le donne, racconta il conflitto, racconta la potenza spaventosa delle emozioni. Le sviscera fino a renderle finalmente visibili per ciò che sono realmente: un’arma potente da imparare a maneggiare per trovare la pace.

Ed è nel testo di questo brano che Bastreghi indica la direzione:

È necessario svegliarsi.

È necessario il cuore.

La rivoluzione.

Altre storie
L.O.V.E. assai: un vaffanculo rosa in Piazza Affari