Sanremo 2024: Zitti e Buoni

Ad un giorno dalla chiusura della kermesse sanremese, la sensazione che resta è quella di un vortice che prova a strozzare quelle pochissime voci fuori dal coro. Parole come “Genocidio” e “Cessate il fuoco” sono considerate quasi un’anatema scagliato contro le placide famiglie sedute sul divano.

Genocidi alieni

Vi abbiamo dato la musica da classifica che piace ai giovani e allora “zitti e buoni”. Abbiamo permesso di toccare addirittura temi come il bodyshaming e voi ora dovete stare “zitti e buoni”. Abbiamo aperto all’estetica queer e quindi pretendiamo che ora siate “zitti e buoni”. Abbiamo ammesso sul palco idoli indie anche se vestiti con un’estetica homeless e quindi “zitti e buoni”.

La sensazione strisciante che lascia questo Sanremo 2024 è quella di un grande contenitore di giocattoli, un enorme scatola nella quale sono disposti accuratamente peluche di diverse grandezze e fattezze estetiche. Un piccolo mondo da bambini che viene chiuso in maniera ermetica perché non venga contaminato da alieni e zombie provenienti dall’esterno. Un microcosmo dove esistono le differenze purché rientrino in una confortante omologazione. Un universo ordinato nel quale ciascuno recita la propria parte, anche quella più irriverente, ma poi tutti “zitti e buoni”. Eppure, nonostante questa campana di vetro antiproiettile, qualcosa ha perforato questo sistema protetto. E sono stati due entità non conformi: una vestito di orsacchiotti (forse per eludere i controlli “alla frontiera della serietà”) e una accompagnata da un aliena. Dargen D’amico e Ghali rientravano volutamente nella quota “politica” del Festival, quel micro-virus necessario per far apparire la kermesse all’avanguardia con i tempi e per accontentare anche la quota “left” del pubblico. Un disordine controllato che avrebbe dovuto fare uno scalpore guidato e poco più. Eppure i due artisti hanno capito che nel fracasso della musica nel baraccone, quello che avrebbe potuto fare la differenza erano le parole prive di suono. E così prima Dargen e poi Ghali hanno chiesto il “cessate il fuoco” e uno “stop al genocidio”. Con coraggio, anche perché grandissima parte del mondo musicale, che si vuole come intellettuale, questo passo non lo ha fatto neanche nella comfort zone dei propri profili social, con le dovute splendide eccezioni come quella di Margherita Vicario.

Un uomo con gli orsacchiotti e un alieno hanno quindi rotto la scatola dei giochi. E hanno portato il mondo reale nel castello delle fiabe musicali. E, ovviamente, sono stati subito messi a tacere, prima durante le serate del Festival e poi a Domenica In. “Non avresti dovuto usare questo palco per dire stop al genocidio”, è stato detto a Ghali. E la risposta è lapalissiana “E per cosa avrei dovuto usarlo? Io sono un musicista ancora prima di essere su questo palco”. Il cantante, in questo modo, ha aperto una ferita che difficilmente si rimarginerà: essere musicisti significa parlare e dire quello che si pensa, anche se tutto questo può rivelarsi scomodo o addirittura dannoso per chi lo fa. Eppure, con queste poche parole Ghali ha costretto tutti i pupazzi ad uscire dalla scatola di Sanremo, guardare la realtà e fare una scelta: ritornare a trincerarsi al sicuro o decidere di non accettare più questo “zitti e buoni”

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