Margherita Vicario live a Villa Ada: Un antidoto a troppi preti e troppe suore

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La potenza di canzoni pop che diventano anche atti di denuncia, prese di posizione nette e decise contro i conformismi e le discriminazioni. Margherita Vicario ha presentato a Villa Ada Roma Incontra Il Mondo, nell’ambito del Festival Spaghettiland, il suo ultimo album “Bingo” prodotto da DADE. Un live liberatorio e sfrontato, allegro e diretto. Un antidoto a quei “Troppi preti e troppe suore” che “ancora dicono la loro nel 2029”.

“Io il senso di colpa non ce l’ho”

Una cantilena per bambini che apre, come un pozzo senza fondo, alle contraddizioni di un mondo occidentale che pare non abbia conosciuto trasformazione degli ultimi 2021 anni. “Troppi preti Troppe suore” di Margherita Vicario, è stata una delle canzoni simbolo del live a Villa Ada Roma Incontra Il Mondo. Un brano diretto, ed anche duro, nel quale emerge l’innocenza e la schiettezza di un coro di bambini di Battipaglia che non vogliono andare a messa e sanno benissimo di non essere figli di maria e nemmeno di gesù. Perché sono figli dei loro genitori. Non vogliono pane secco e marmellata, ma la fetta biscottata con la Nutella perché loro il senso di colpa del peccato originale non ce l’hanno, gli viene consegnato da grandi da altri grandi che per sentirsi meno schiacciati hanno bisogno di distribuire il peso della colpa.

“Io il senso di colpa ancora non ce l’ho
Quindi vaffammocca, dove non lo so
‘Na guallera ‘sta storia del peccato originale
Che infatti anche a mia madre la trattate sempre male
Non lo voglio a colazione pane secco e marmellata
Io ci voglio la Nutella sulla fetta biscottata
E non mi devi rompere, a messa vacci tu
Non sono un figlio di Maria e neanche di Gesù”

Una filastrocca che si è incastrata nella testa degli spettatori nello stesso perfetto modo in cui si incastra nelle ultime strofe di un pezzo in cui la Vicario prende di petto una realtà tanto comune quanto eccezionale. Una realtà del dover essere che non riesce a liberarsi dal giudizio religioso di una tradizione che ci portiamo dietro da millenni. Una realtà del fatuo, del dogma che ancora oggi si mantiene res publica. Voce stridente e dettante, ancora negli anni in cui si ricava ossigeno dall’atmosfera di Marte, si creano vaccini anti pandemici nel giro di una manciata di mesi e si approva un farmaco con l’anticorpo contro la proteina dell’alzheimer. 

Troppi preti e troppe suore, ma è possibile? Oh signore
Ancora dicono la loro nel 2029
Come fossero dei leader di sinistra da ascoltare
Ma da secoli se sa, so’ i preti che vanno a puttane

Liberi dal senso di colpa

“Chi fa la spia non è figlio di maria e neanche di gesù” era una cantilena molto in voga nel cortiletto delle scuole elementari tra i gruppetti di bambini che avevano già imparato ad utilizzare gli strumenti di selezione all’ingresso. “Se vuoi diventare nostro amico allora fai questo …” era un po’ il senso della filastrocca. Se vuoi far parte di questo mondo, allora fai quest’altro, è la traduzione per adulti. Un’etichetta che si attacca al petto come per magia per racchiudere in sé un mondo di regole, dogmi, credenze, aspettative da assecondare. Pena: l’esclusione, l’accusa di eresia e di stregoneria. Margherita Vicario non ci sta. Lei il senso di colpa del peccato originale se lo è strappato di dosso e torna bambina, libera di dire e pensare, libera di essere, di sentire, di amare. Perché forse è l’unico modo per vivere davvero.

Troppi preti Troppe suore, nessuna empatia

Il pezzo si inserisce in una lista di quattordici tracce che raccontano, come un flusso di coscienza senza limiti, il percorso della Vicario degli ultimi due anni. Due anni di crescita e trasformazione, nuove consapevolezze e ricerca di identità di una trentenne che si trova a fare i conti con un mondo altro da sé, scoperto così influente nella percezione di se stessa. Un percorso di ricerca che prima o dopo appartiene a tutte e tutti. Noi che, abituati a vedere non oltre il perimetro personale, abbiamo passato gli ultimi due anni immersi in una paura che ci ha resi davvero tutti uguali. 

C’è una trasformazione urlata, festeggiata, auspicata, della Vicario che riesce a separarsi da ciò che è stata per abbracciare la persona che è oggi e che non sarà la stessa domani. C’è una dichiarazione di pace nei confronti di uno specchio, di un giudizio, di un’apparenza. Perché alla fine “È solamente una questione di DNA”, una questione di realtà umana personale, unica al mondo e per questo preziosa. Un’elica forse inascoltata fino ad ora ma che “Se non la ascolto lei poi si vendica”.

Puoi tenermi tra le dita tutto il tempo
Il resto del mio corpo in cenere dispersa al vento
Però almeno io ho trovato la mia voce
Fossi cieco, la sapresti riconoscere
Anche se non conta più della mia immagine
Che passa al volo tra le dita e tra le pagine

(Dna (Oh Putain!), Bingo)

Una trasformazione obbligata e obbligatoria, che passa necessariamente attraverso una nuova gerarchia umana, morale e sociale finalizzata a restituire il reale valore alle cose ed evitare un processo di relativizzazione che si traduce in impoverimento. Un atto di coscienza per rendersi conto che l’ingiustizia sociale nasce anche dal travalicamento di ruoli, dalla commistione improba di credenze e cultura, conoscenza e luoghi comuni, scienza e cieca fede.

Troppi preti e troppe suore, ma è possibile? Oh signore
Ancora dicono la loro nel 2029
Come fossero dei leader di sinistra da ascoltare
Ma da secoli se sa, so’ i preti che vanno a puttane

Restituire alla realtà una dimensione, appunto, reale e non fideista significa assumere la consapevolezza che per cambiarla occorre partire da un occhio disincantato come quello dei bambini. In grado di comprendere come le favole siano tali e distinguere il falso dal vero. Senza nessun senso di colpa. E senza nessun senso di colpa diventare adulti migliori. Liberi e consapevoli. Vivi.

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