Con “Ti racconto”, la compositrice trasforma ricordi e sensazioni in una narrazione senza parole. Una ricerca sonora che intreccia immaginazione, fragilità e il valore del gesto umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Un ricordo può riaffiorare da una luce, dal profilo di una finestra, da una melodia ascoltata molti anni prima. A volte basta una nota per restituire al presente qualcosa che credevamo perduto, senza riuscire a distinguere dove finisca la memoria e dove cominci l’immaginazione. Il pianoforte di Livia Gloria De Angelis segue questa traccia sottile. Le sue composizioni cercano una lingua capace di raccontare senza descrivere, lasciando che siano le emozioni a trovare le proprie immagini.
“Ti racconto”, il nuovo singolo disponibile sulle piattaforme digitali dal 1° giugno 2026 e in rotazione radiofonica dal 18 settembre, nasce da un dialogo intimo con il passato. La scrittura è essenziale, le sonorità delicate, gli spazi sonori lasciano respirare ogni sfumatura. La componente cinematica suggerisce sequenze, paesaggi, frammenti di vita che sembrano emergere da una pellicola esposta alla luce per troppo tempo. La musica procede senza imporre una direzione, affidando all’ascoltatore la libertà di completare il racconto.
«In questo brano mi rivolgo a me stessa. Riaffiorano ricordi lontani e momenti che hanno lasciato una traccia», racconta la compositrice. «L’intenzione è di generare in chi ascolta l’atmosfera lieve, ma un po’ nostalgica, che lo ha ispirato».
Il movimento dalla memoria personale a quella di chi ascolta costituisce il cuore del brano. Le immagini che hanno dato origine alla composizione non vengono spiegate né tradotte in una sequenza precisa. Restano sospese, pronte a incontrare esperienze differenti. La stessa melodia può evocare un volto, un luogo, una stagione lontana oppure una sensazione difficile da ricondurre a un episodio concreto.
«Un suono può diventare un paesaggio, una melodia può trasformarsi in un volto, in un ricordo, in qualcosa che non sappiamo nemmeno nominare. La musica non ci consegna un’immagine compiuta, ma apre una porta verso visioni che appartengono soltanto a noi», spiega De Angelis.
È una concezione della composizione che assegna un ruolo centrale all’immaginazione. Il pianoforte non illustra una storia già scritta, ma ne suggerisce le possibilità. Le note diventano colori, gli accordi si trasformano in sfumature, le pause lasciano spazi bianchi da riempire con la propria sensibilità. Il silenzio acquista così un valore espressivo: permette alla musica di proseguire anche oltre il suono, nella mente di chi ascolta.
La natura, in tutte le sue manifestazioni, rappresenta un riferimento importante nel percorso dell’artista. La passione per il pianoforte nasce nei primi anni Duemila attraverso l’ascolto delle composizioni di Ludovico Einaudi. Nel 2006 riceve il suo primo strumento e comincia un cammino che la conduce progressivamente alla scrittura di brani originali. Da allora, la sua ricerca si sviluppa attraverso una composizione pulita ed essenziale, orientata a tradurre stati d’animo, memorie e frammenti di vita in una forma sonora immediata.
Il rapporto fra suono e immagine assume un significato particolare in un momento storico nel quale l’intelligenza artificiale permette di generare scenari, voci e composizioni in tempi sempre più rapidi. La possibilità tecnica di produrre immagini perfette rende ancora più interessante interrogarsi su ciò che accade quando una persona si siede davanti a uno strumento e cerca, attraverso un gesto fisico, una forma per le proprie emozioni.
Per De Angelis, suonare significa innanzitutto recuperare una relazione concreta con il tempo.
«In un tempo in cui possiamo generare immagini perfette, voci, suoni e realtà che non sono mai realmente accadute, suonare uno strumento ci riporta a qualcosa di reale, umano. Un gesto semplice da cui nasce un suono, un atto che ci costringe a rallentare, ad ascoltare. Qualcosa che, oggi, può davvero considerarsi rivoluzionario».

Il pianoforte diventa così molto più di un mezzo espressivo. È un punto di contatto fra il pensiero e il corpo, fra l’intenzione e qualcosa che prende forma soltanto nel momento in cui viene suonato. Il suo valore risiede anche nella possibilità di rallentare, accettare l’imperfezione, lasciare che una sensazione trovi il proprio ritmo senza essere costretta dentro una risposta immediata. La riflessione sull’intelligenza artificiale incontra quindi una domanda più ampia: quale spazio vogliamo conservare per l’esperienza diretta, per l’ascolto e per tutto ciò che non può essere ridotto alla velocità di un risultato?
La musica di Livia Gloria De Angelis non cerca risposte definitive. Preferisce suggerire, lasciare emergere, accompagnare chi ascolta verso immagini che non appartengono più soltanto a chi le ha create. “Ti racconto” affida al pianoforte una memoria personale e la lascia partire, senza stabilire dove debba arrivare.
Il racconto continua così nella mente di chi ascolta, magari attraverso un ricordo dimenticato, un paesaggio intravisto molti anni prima o il volto di qualcuno che torna per un istante. La melodia finisce, ma le immagini possono restare. E in quel breve intervallo fra l’ultima nota e il silenzio, la musica trova forse la sua forma più intima: non spiegare quello che sentiamo, ma restituirci la possibilità di riconoscerlo.




