Siamo tutti qui per lo stesso motivo: il live chitarra e voce di Iosonouncane. Prendiamo posto, l’attimo in cui le luci si sono spente è lì, nitido, dietro l’angolo: sale sul palco in apertura Filippo Lacana. Non è la prima volta che sento la sua voce , e così è per tanti di noi provenienti dalla città di Sassari, presenti in teatro. L’incontro tra Lacana e Iosonouncane è avvenuto pochi mesi fa, a Bologna, in occasione del Tanca Festival e ora, Filippo, ha l’impegno di aprire il live di Iosonouncane e così sarà per più date. Non si resta indifferenti davanti ad un talento di tale portata. Chitarra e voce, tecnica ed emotività che vanno a braccetto in un suono in grado di spezzare le corde dell’anima di chi ascolta. Potremmo dire pugno nello stomaco? Sì, ma Lacana è anche una dolce carezza. “Palestina Libera”: è così che ci saluta.

Qualche minuto di silenzio. Chitarra e voce, Iosonouncane si palesa sul palco con una cover di Fabrizio De André. Non dirò qual è per chi ancora non lo sa. Come inizio benissimo, con questa voce profonda che arriva come un sollievo. Il ritorno di Jacopo Incani nella sua Sardegna ha sempre il sapore di un evento speciale. Nato a Iglesias nel 1983, Iosonouncane è una delle figure più importanti, visionarie e influenti della musica italiana contemporanea, capace di fondere avanguardia, elettronica e radici ancestrali. Vederlo qui, nella sua terra d’origine, spogliato di ogni impalcatura elettronica, assume un valore quasi sacro.

Il cuore del set si snoda attraverso la nudità delle sue composizioni. Canzoni come “Novembre” perdono le vecchie stratificazioni per farsi pura urgenza espressiva. “Il sesto stato” si trasforma in un salmo scarno, mentre la cinica ironia di “Summer on a spiaggia affollata” acquista una forza sghemba e magnetica. In questo formato minimale, ci si interroga inevitabilmente sul perché di una scelta così per un artista che ha fatto della complessità sonora il suo marchio di fabbrica. La risposta arriva dalla carne: privandosi dei loop e delle macchine, Iosonouncane ci costringe a fare i conti con la purezza della scrittura e con una voce che scava, entra dentro e non lascia vie di fuga. È una performance viscerale e nuda, carica di violenza emotive.
Nessuna sceneggiata, non osiamo chiedere bis. Arriva “Stormi” non ci lascia scampo”: un brano che molti di noi conoscono a memoria da anni. Tutto il pubblico canta. Una canzone che sa di confessione e liberazione e non stanca mai.
Ciò che fu
Mi seppellirà
Ciò che fu
Mai più sarà
Lì con te
Mi seppellirà
Ciò che fu
Mi seppellirà
Fiorirà
Ma non più con te
Sfiorirà
Ma non più per te” (Sacramento)
“Sacramento” è rimasta lì a prenderci a schiaffi e ancora prova a riportarci alla realtà, quella realtà distante dai mondi dove tutto è possibile. Molte sigarette stanno per bruciare fuori da questo teatro, l’ultima nota è arrivata così, come arriva il sole ogni mattina: atteso, puntuale e al tempo stesso inaspettato.
È passato più di un mese da quella sera di metà giugno e scrivendo queste righe, viene quasi spontaneo dire che la distanza temporale non fa che amplificare l’eco di certe serate.




