“Antifascismo Illegale”, il nuovo libro pubblicato da Momo Edizioni e curato da Mattia Tombolini, ricostruisce per la prima volta il processo di trasformazione a livello internazionale dell’antifascismo in una questione di ordine pubblico, da censurare e persino da perseguire legalmente. L’opera rappresenta un’inchiesta complessa nei meandri della fascistizzazione degli impianti democratici (o apparentemente tali…) degli Stati,
Da valore condiviso a illegale
Un libro che arriva mentre il terreno si muove, e prova a fissare coordinate prima che diventino irriconoscibili. “Antifascismo illegale”, curato da Mattia Tombolini, tiene insieme voci, casi, paesi diversi per costruire un quadro politico preciso: l’antifascismo come spazio sotto pressione, attraversato da una trasformazione che riguarda tutta l’Europa e oltre.
L’antifascismo “da valore condiviso” scivola verso qualcosa percepito come “inutile… fino a diventare… illegale” .
La struttura è frammentata e intenzionale: interventi, interviste, analisi giuridiche, testimonianze. Non un unico autore, ma una costellazione. Mark Bray, giornalisti ungheresi anonimi, avvocati, studiosi, attivisti: il libro si muove tra livelli diversi e costruisce un racconto corale. Questa scelta formale diventa già contenuto politico. L’antifascismo emerge come pratica diffusa, non come teoria astratta. E proprio per questo diventa più leggibile anche la sua messa sotto attacco.
Egemonia culturale e produzione del consenso
Il problema non riguarda solo la crescita delle destre radicali, ma il modo in cui riescono a imporre l’agenda. Il libro mostra come il dibattito pubblico venga continuamente incanalato dentro categorie già definite: sicurezza, ordine, emergenza. Il risultato è uno spostamento silenzioso ma costante. Anche chi prova a opporsi finisce per muoversi dentro quel perimetro.
È qui che si gioca l’egemonia: non tanto nella produzione culturale in senso stretto, quanto nel controllo del linguaggio e dei temi.
Uno dei contributi più potenti (e terrificanti per il nostro futuro..) del libro riguarda il passaggio dal piano simbolico a quello giuridico. Non solo retorica: leggi, processi, dispositivi. In Italia e in Europa il dissenso tende a essere ridefinito come problema di sicurezza. L’antifascismo, dentro questo schema, viene progressivamente assimilato a una forma di estremismo.
Decreti sicurezza, misure preventive, uso estensivo del diritto amministrativo. Strumenti che agiscono prima ancora del processo, sulla base della “pericolosità”. Il risultato è uno slittamento del modello democratico, verso una gestione preventiva del conflitto.
Il livello internazionale: un fenomeno coordinato
Uno dei punti di forza di “Antifascismo illegale” è lo sguardo comparato. Stati Uniti, Ungheria, Germania, Francia, Italia: contesti diversi, dinamiche simili.
L’intervista a Mark Bray racconta dall’interno il caso americano: la costruzione del termine “antifa” come nemico politico, fino alla sua assimilazione al terrorismo. Una categoria utile a colpire un’area molto più ampia di soggetti. Dall’Ungheria arriva un altro tassello: un sistema in cui l’antifascismo diventa marginale o direttamente criminalizzato, mentre reti neonaziste trovano spazio e legittimazione.
Il libro suggerisce una lettura precisa: non episodi isolati, ma una tendenza transnazionale. Le destre condividono linguaggi, strategie, strumenti.
Il “processo di Budapest” diventa una lente concreta. Non solo una vicenda giudiziaria, ma un punto di convergenza: diritto, politica, narrazione. Il caso mostra come l’antifascismo possa essere trattato come questione penale e, allo stesso tempo, come problema politico imbarazzante anche per chi dovrebbe difenderlo.
Da qui emerge uno dei paradossi più forti del libro: difficoltà a prendere posizione proprio nel momento in cui la posta in gioco diventa più alta.
La fabbrica del falso
Un altro asse importante riguarda la costruzione dell’immaginario. Il libro insiste sul ruolo dei media e delle piattaforme nella produzione di emergenze e nemici pubblici. Dati reali (come il calo dei reati) convivono con una percezione opposta, alimentata da narrazioni continue sulla sicurezza. Questo scarto non è casuale. Diventa uno strumento politico: trasforma problemi sociali complessi in questioni di ordine pubblico, legittimando interventi repressivi.
Dentro questo meccanismo, gli “antifa” finiscono per occupare uno spazio perfetto come nuovo bersaglio.
Il valore di “Antifascismo illegale” sta nella sua capacità di mettere insieme i pezzi. Non offre una teoria unica, ma un campo. Culturale, giuridico, mediatico, internazionale: ogni capitolo aggiunge un livello e costruisce un’immagine complessiva. Un processo in cui l’antifascismo perde centralità simbolica e diventa oggetto di sospetto, controllo, repressione.
Alla fine resta una domanda aperta, che attraversa tutto il libro: che forma prende la democrazia quando il suo fondamento storico viene trattato come un problema?
La risposta, se ognuno di noi non interviene, non prende posizione, è quasi scontata: la democrazia morirà. E il suo cadavere verrà dato in pasto al mostro del fascismo, ormai privo di qualsiasi barriera.




