Charli XCX: una passerella musicale per l’inferno

“Music, Fashion, Film”, il nuovo disco di Charli XCX è la conferma dell’indole multiforme di un’artista che sfugge ogni tipo di catalogazione. Un album potente nella sua contemporaneità, una passerella musicale che ci spinge all’inferno e ci restituisce splendide ali di carta per affrontare il mondo.

La musica che supera le mode

Le luci si accendono quando ormai è troppo tardi.

Il pavimento riflette corpi, flash, tessuti, sudore.

Da un luogo lontano parte una canzone e la passerella diventa una linea di fuga: si attraversa lo spazio sapendo che ogni passo costruisce un’immagine e ogni immagine, prima o poi, comincia a consumarsi.

È in questo incedere sicuro ma al tempo stesso tentennante che bisogna cercare Charli XCX. Non dentro un genere, né dentro una definizione, ma in quel momento elettrico in cui un’identità sta per cambiare pelle.

Con “Music, Fashion, Film” pubblicato il 24 luglio 2026, Charli non sembra interessata a dimostrare di essere ancora Charli XCX. È quasi il contrario. Dopo “Brat”, con un’estetica diventata linguaggio comune, dopo che il suo modo di intendere il pop è diventato immediatamente riconoscibile, la necessità sembra essere quella di sottrarsi alla propria stessa immagine.

Una forma di fuga, ma non dal pubblico. Dalla definizione.

La musica, per Charli, è sempre stata un luogo instabile. Una materia da deformare, accelerare, illuminare al neon. Ma in questo disco quella instabilità sembra allargarsi oltre la canzone: entra nella moda, nel cinema, nel corpo, nella costruzione dell’immagine. Il titolo stesso, “Music, Fashion, Film”, sembra meno una dichiarazione di appartenenza che una porta lasciata aperta tra mondi diversi. Tre parole, tre superfici che si riflettono l’una nell’altra.
E dentro quel riflesso la domanda non è più quanto sia riuscito un disco, ma che cosa significhi essere un’artista quando la propria immagine ha cominciato a vivere di vita propria. Come una falcata incontrollata su una passerella.

La passerella non è soltanto il luogo dove si mostra un vestito. È il luogo dove si mette in scena un’identità. Si entra da una parte e si esce dall’altra leggermente diversi, perché qualcuno ti ha guardato. Il corpo diventa superficie, il movimento diventa linguaggio, l’abito diventa una promessa: potrei essere questa persona.

Charli non può e non vuole separare completamente l’opera dall’immagine dell’artista, la canzone dal corpo che la canta, il suono dal modo in cui viene vestito e venduto.

Il pop conosce questa ambiguità meglio di qualsiasi altra forma d’arte. È insieme espressione e prodotto, desiderio e merce, intimità e spettacolo. Charli non cerca di risolvere questa contraddizione. La porta al massimo volume.
Dopo “Brat” sarebbe stato facile trasformare la propria rivoluzione in una formula. Conservare il verde, il carattere, l’ironia, il caos; ripetere il gesto fino a renderlo innocuo. Ma il successo produce una trappola precisa: quello che prima sembrava ribelle diventa immediatamente un codice riconoscibile, e ciò che è riconoscibile può essere replicato, venduto, trasformato in superficie.
Charli sembra interessata al momento esatto in cui questo accade.
E allora cambia pelle.

Non perché il passato sia falso, ma perché anche una cosa autentica può diventare una gabbia nel momento in cui tutti imparano a riconoscerla.
La sua musica diventa così una specie di laboratorio permanente. Elettronica, pop, rock, rave, moda, cinema: materiali che non devono necessariamente convivere in armonia. Possono urtarsi, sporcarsi, contraddirsi. L’opera non deve essere liscia. Può conservare le cuciture.
Anzi, deve forse mostrarle.
È questa la parte più radicale della sua visione: l’arte non come costruzione di un’identità definitiva, ma come possibilità di distruggerla prima che diventi troppo comoda.
Anche per questo il cinema entra naturalmente nel suo universo. Un set è una macchina costruita per produrre finzione. Una scena sembra reale proprio perché tutto intorno è artificiale. Charli sembra muoversi dentro questa contraddizione con particolare naturalezza: costruire l’immagine e, nello stesso momento, mostrare che è costruita.
La finzione non viene nascosta. Viene illuminata.

Forse è questa la passerella per l’inferno: il luogo in cui ogni cosa è bellissima e tutto sta già bruciando. I flash, gli abiti, le luci, il desiderio di essere visti. La promessa di una nuova identità che dura soltanto il tempo necessario a diventare un’immagine.
Charli XCX sembra aver capito che non esiste una via d’uscita definitiva da questo meccanismo. Esiste soltanto il movimento.
Cambiare forma prima che sia il mondo a decidere quale forma avrai.
Entrare nella musica per uscirne attraverso la moda. Attraversare la moda per arrivare al cinema. Usare il cinema per tornare al corpo, al suono, alla performance. Continuare a camminare.
La passerella, in fondo, non porta da nessuna parte.
È proprio questo il punto.
Si cammina per non diventare immobili. Perché anche l’identità, come una collezione, ha una stagione. E quando arriva la stagione successiva bisogna essere pronti a bruciare il vecchio vestito.
Prima che qualcuno lo trasformi in uniforme.

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