Giorgio Poi: Schegge Live

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Roma non ha fatto in tempo ad accorgersene: il concerto era già finito e nell’aria restavano frammenti, come dopo un sogno difficile da trattenere. All’Atlantico, Giorgio Poi ha trasformato il sold out in un campo aperto, instabile, necessario.

Un live stratificato

Il live ha preso forma per stratificazioni, con le canzoni che si aprivano una dentro l’altra. Il nuovo set ha riscritto i brani storici, diventati materia mobile, mentre quelli di “Schegge” hanno trovato una dimensione più fisica, espansa, come se il palco fosse il loro spazio naturale.

Accanto a lui, Matteo Domenichelli, Francesco Aprili e Benjamin Ventura hanno agito come un unico organismo. Il suono si è fatto elastico, capace di contrarsi e dilatarsi, lasciando emergere dettagli minimi: una linea di basso che affiora e si ritrae, una tastiera che apre varchi improvvisi, una batteria che tiene insieme la struttura con precisione fluida.

In filigrana passavano le traiettorie recenti: il concerto a La Cigale, il tour europeo, le rielaborazioni di Schegge Reworks come eco che amplia il respiro del progetto. A Roma tutto questo si è depositato sotto la superficie, come una corrente continua.

Giorgio Poi resta in una posizione laterale e centrale insieme. La scrittura — immagini oblique, ironie sottili, piccoli cortocircuiti emotivi — dal vivo si espone, si incrina, prende nuove forme.

Quando le luci si sono riaccese, è rimasta una scia. Un concerto in movimento, che continua a vibrare anche dopo.

Gallery a cura di Gianluca Moro

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