Le ali di cartone dei Cigni Selvaggi

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Fumettibrutti passa dal fumetto alla narrativa debuttando con il suo primo romanzo “Cigni Selvaggi”, edito da Feltrinelli. Un’opera che parla di voli interrotti, di ali appiccicate con lo scotch e dalla necessità di proiettare il proprio corpo oltre alla dimensione ristretta dello spazio.

Il Fuoco, la Cenere, il Volo

Un uomo senza due denti davanti sorride nella confusione di una fiera. Una bambina gli stringe la manica del cappotto perché ha perso suo padre. Cammina assonnata tra le bancarelle, con i boccoli biondi e un Montgomery troppo grande. L’uomo le dice che è una femmina.

Lei risponde: «Ma io sono un maschio».

La frase resta lì.

Forse una storia può cominciare anche così: con qualcosa che viene detto a una bambina prima ancora che lei sappia trovare le parole per rispondere.

In Cigni selvaggi, Josephine Yole Signorelli, Fumettibrutti, torna continuamente verso quel punto lontano. Lo fa seguendo Teresa dentro una memoria che procede per stanze, ospedali, cucine, aule universitarie, camerini, strade di periferia. Il presente e l’infanzia si cercano, si sovrappongono, si mordono.

Sui sui profili social Fumettibrutti ha rappresentato per immagini alcune scene del romanzo

Teresa studia, vive in uno studentato, conta i soldi, salta i pasti. Cerca un lavoro e finisce in un locale dove il confine tra ragazza immagine, desiderio e sfruttamento si fa sottile fino a scomparire. Il corpo diventa merce, superficie osservata, promessa, bersaglio. Ma è anche il luogo nel quale Teresa cerca ostinatamente di riconoscersi.

La fame attraversa il romanzo come una presenza concreta. Ha il rumore dello stomaco vuoto, il sapore del caffè bevuto al posto della colazione, la debolezza che fa sembrare le strade più lunghe. Teresa cammina rasente ai muri perché teme di cadere. Il mondo esterno continua a muoversi mentre lei cerca semplicemente di rimanere in piedi.

E poi c’è l’intervento. Il dolore fisico arriva dentro una storia già piena di ferite, senza trasformarsi in un momento risolutivo. Il corpo cambia, ma la trasformazione resta una faccenda più vasta, più lenta. Teresa deve imparare a vivere dentro una forma che finalmente sente sua, mentre tutto ciò che la circonda continua a ricordarle quanto sia difficile avere un corpo e sentirsi autorizzati ad abitarlo.

La casa delle fiabe

La fiaba arriva da un vecchio cartone animato guardato da bambina: I cigni selvatici di Andersen. Undici fratelli trasformati in cigni, una sorella costretta a compiere una lunga prova per restituire loro la forma umana. Il racconto entra nella memoria di Teresa e rimane lì per anni.

La fiaba diventa allora una specie di lingua segreta.

Ci sono incantesimi da spezzare, trasformazioni, corpi che cercano una nuova forma, famiglie incapaci di riconoscere ciò che hanno davanti agli occhi. Ma nel romanzo ogni elemento fantastico viene riportato a terra, tra le piastrelle di un bagno, una stanza dello studentato, un ospedale, un locale notturno, una casa di provincia.

La magia ha il volto stanco di una ragazza che deve scegliere cosa mangiare con pochi euro. Ha i capelli stirati davanti allo specchio. Ha il rossetto messo prima di un esame. Ha un paio di scarpe lasciate in una stanza. Ha una bottiglia di vino dimenticata sul pavimento.

La casa, soprattutto, è uno dei luoghi più dolorosi del libro. La famiglia di Teresa appare come un insieme di oggetti, ricordi, silenzi e persone che hanno perso la capacità di riconoscersi. A scuola, durante una lezione, Teresa ascolta il professore parlare delle case gotiche: luoghi in cui gli oggetti accumulati smettono lentamente di avere una funzione, fino a confondere ciò che conta con ciò che è rimasto semplicemente lì.

È una delle immagini più precise e dolenti del romanzo.

Il corpo come luogo di passaggio

La scrittura di Cigni selvaggi procede per immagini brevi, crude, quotidiane. Il dolore convive con l’assurdo, il grottesco con la tenerezza. Teresa può trovarsi a un colloquio per entrare in una scuola di fumetto mentre indossa i vestiti di Martina. Può guardarsi nello specchio di una macchina e, per un istante, piacersi davvero.

Sono momenti minuscoli, e proprio per questo hanno una forza enorme.

La felicità nel libro arriva quasi sempre di lato. È un babà mangiato sotto la pioggia. Un collarino borchiato comprato in un negozio vintage. Un riflesso che finalmente coincide con l’immagine desiderata. Una lezione ascoltata accanto a un termosifone. Un disegno consegnato a qualcuno.

Dopo tanta fame, mangiare diventa un gesto quasi rivoluzionario.

Dopo tanta paura, camminare al centro del marciapiede assume il peso di una conquista.

Teresa comincia a farlo in una giornata d’autunno. Le gambe reggono. Può attraversare la strada senza immaginare il proprio corpo steso sull’asfalto. Cammina e basta.

È forse una delle immagini più belle del romanzo: la trasformazione ridotta alla sua forma più semplice. Un corpo che procede. Una persona che occupa finalmente lo spazio che le appartiene.

Dopo il lieto fine

Alla fine arriva il futuro.

Teresa è diventata artista, fumettista, scrittrice. Ha lettori, copertine, televisione, un marito, una vita che da fuori potrebbe sembrare la conclusione perfetta della fiaba. Eppure il passato continua a respirare dentro quella storia.

Suo padre è morto. La madre è rimasta vedova. Noemi pensa al Nord, al lavoro, alla distanza. La famiglia continua a portarsi dietro le proprie fratture.

Il lieto fine, allora, cambia significato.

Forse crescere significa proprio questo: scoprire che gli incantesimi non si spezzano una volta per tutte. Alcuni si trasformano, altri perdono potere, altri ancora tornano nei momenti più inattesi. La salvezza può assomigliare molto meno a una grande vittoria e molto più a un gesto quotidiano: mangiare, amare, disegnare, camminare.

I cigni della fiaba tornano umani attraverso una prova lunghissima. Teresa attraversa una prova altrettanto feroce e arriva dall’altra parte portandosi dietro tutto ciò che è stata.

La bambina della fiera, la ragazza affamata, la studentessa, la lavoratrice del locale, l’amante, la figlia, la sorella, l’artista.

Tutte insieme.

Cigni selvaggi è una storia di metamorfosi che conosce il prezzo della trasformazione. Una fiaba sporca di vita, attraversata da una malinconia che sa ridere e da una tenerezza che spesso arriva quando sembra troppo tardi.

E forse il suo gesto più potente sta proprio qui: restituire al corpo la possibilità di essere casa.

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