A Catania, nella notte del 15 settembre, i C.S.I. hanno riportato sul palco la loro materia incandescente: parole, chitarre e immagini dentro la cornice di un live sospeso tra memoria e presente.
È stato un tempo, il mondo
La notte sembra avere una crepa. Da quella fessura passa una luce bianca, taglia il buio e disegna per un istante i corpi sul palco. Intorno, volti immobili, mani alzate, occhi che cercano una figura conosciuta da decenni.
Giovanni Lindo Ferretti si muove come una presenza fuori dal tempo. La figura, la postura, quel modo di stare davanti al pubblico sembrano appartenere a un’immagine rimasta sepolta e riemersa intatta. Poi il passato si mette in movimento.

Le canzoni dei C.S.I. entrano nella notte come paesaggi già attraversati eppure ancora capaci di sorprendere. Del mondo apre spazi infiniti. Cupe vampe porta con sé un’oscurità che non ha perso intensità. In viaggio trasforma il palco in una strada che continua oltre le luci.
Intorno a Ferretti, Massimo Zamboni e la band costruiscono una scena fatta di ombre, improvvise accensioni, corpi che avanzano e arretrano dentro il suono. La luce cambia, il pubblico cambia con lei. Per qualche ora il tempo smette di essere una linea e diventa una stanza attraversabile.

Ferretti canta e le parole sembrano arrivare da una distanza indefinita. Alcune appartengono alla memoria collettiva, altre tornano addosso con una precisione personale.
Il tempo ha lasciato segni ovunque, anche sulle canzoni. Eppure quelle crepe sembrano renderle più profonde. Le parole non arrivano più soltanto dalla stagione in cui furono scritte: portano con sé tutto quello che è accaduto dopo.
La voce di Ferretti le attraversa senza proteggerle. Le espone alla luce, le lascia respirare, poi le riconsegna al buio.

Per qualche ora il mondo esterno sembra arretrare. Restano il palco, i corpi illuminati, le canzoni e quella comunità provvisoria raccolta davanti alla musica.
Quando arriva l’ultima parte del concerto, la sensazione è quella di aver attraversato qualcosa che appartiene contemporaneamente a ieri e a domani.
Poi le luci cambiano.
Le persone cominciano a muoversi.
La notte riprende possesso dello spazio.
Ma quelle immagini restano: una figura ferma sotto una luce bianca, una folla immersa nel buio, le parole dei C.S.I. sospese per qualche secondo prima di tornare a terra.
Come cenere.
Come memoria.
Come una brace che, sotto la cenere, continua a respirare.
Fotogallery e immagini interne di Gianluca Moro





























