Calibro 35 omaggio a Piero Umiliani Live

Ultimo aggiornamento:

Il nome di Piero Umiliani lo conosci anche se non lo sai. È entrato nelle orecchie di tutti attraverso i film, le sale, i televisori accesi nel tardo pomeriggio, colonne sonore che sembravano invisibili e invece erano ossatura, erano emozione, erano il modo in cui l’Italia degli anni Sessanta e Settanta immaginava il mondo. Rendergli omaggio, cent’anni dopo la nascita, non era un’operazione nostalgica, ma qualcosa di più urgente. E il Forum Theatre di Roma, con quella sua grandezza raccolta e quell’acustica che tratta ogni nota con il rispetto che merita, era il posto giusto per farlo.

I Calibro 35 questo lo sanno meglio di chiunque altro. Loro che da anni abitano esattamente quel territorio di confine tra jazz, cinema, psichedelia e groove funky, quel territorio che Umiliani conosceva a memoria e che loro hanno scelto come casa. Non esiste in Italia una band che suoni questo tipo di musica con la stessa coerenza, la stessa intelligenza, la stessa gioia viscerale nell’affrontarla. E in Europa, a dire il vero, il confronto si fa difficile per chiunque. La cinematica music non è un genere che si imita, piuttosto è un’attitudine, un modo di pensare il suono come immagine e l’immagine come suono, e i Calibro 35 ce l’hanno nel sangue.

Merito di musicisti precisi. Roberto Dragonetti al basso, che tiene tutto insieme con una solidità che non si vede ma si sente sempre, come le fondamenta di un edificio. Fabio Rondanini alla batteria, capace di costruire ritmi che sembrano semplici e nascondono una complessità stratificata, sempre al servizio della canzone e mai della propria bravura. Massimo Martellotta alle chitarre e alle tastiere, con quella versatilità rara di chi sa passare da un registro all’altro senza perdere mai il filo del racconto sonoro. Ed Enrico Gabrielli, fiati e molto altro, presenza quasi orchestrale, capace da solo di aggiungere al suono della band quella dimensione cinematografica che in un altro gruppo richiederebbe dieci musicisti. E poi c’è Tommaso Colliva, che non sempre sale sul palco ma senza il quale i Calibro 35 probabilmente non esisterebbero nella forma in cui li conosciamo: produttore, architetto del suono, l’orecchio invisibile che ha dato alla band la sua identità sonora fin dall’inizio.

Ma la musica non era sola. Alle spalle della band, per tutta la serata, scorrevano proiezioni psichedeliche che attingevano a piene mani dall’immaginario del cinema poliziottesco di genere — inseguimenti su strade notturne, volti in primo piano che sembravano usciti da un poliziesco romano del 1973, colori saturi e irreali, montaggi che pulsavano a tempo con il groove come se musica e immagine fossero state concepite insieme fin dall’inizio. E in un certo senso lo erano: quella è esattamente la materia di cui Umiliani era fatto. Vedere quelle immagini muoversi mentre la band suonava non era un effetto scenografico, era una restituzione di contesto, un modo di dire al pubblico: questa musica non nasce nel vuoto, nasce da un mondo preciso, da una stagione precisa, da un cinema che sapeva essere popolare e colto allo stesso tempo. Le proiezioni non decoravano il concerto, lo completavano.

La serata si è aperta lentamente, quasi con cautela, come se la band volesse lasciare che la musica di Umiliani occupasse lo spazio prima ancora di riempirlo. E poi il groove è arrivato, preciso, caldo, stratificato, e il Forum Theatre ha smesso di essere una sala da concerto per diventare qualcos’altro. Una sala di proiezione senza schermo, forse. Un posto in cui le immagini le costruivi tu, con quello che la musica ti metteva in testa, e quelle vere, alle spalle dei musicisti, non facevano che confermare che la tua immaginazione stava andando nella direzione giusta.
Poi è arrivata Serena Altavilla, e la serata ha cambiato pelle.
Su alcuni dei pezzi più iconici di Umiliani, la sua presenza ha aggiunto una dimensione che la sola musica strumentale non avrebbe potuto dare. Cantante dalla personalità scenica stravagante e dichiaratamente teatrale, Altavilla non si è limitata a interpretare, ha abitato quei brani con un’intensità fisica e vocale che sembrava venire da un altro tempo, da quell’epoca in cui la distinzione tra performance musicale e rappresentazione era molto più sottile di quanto siamo abituati a pensare oggi.

Il suo modo di stare sul palco, eccessivo nel senso più prezioso del termine, mai gratuito, era perfettamente in sintonia con l’estetica di Umiliani, con quella sua capacità di essere al tempo stesso popolare e visionario, accessibile e profondo. In quei brani la musica aveva improvvisamente un corpo, una voce, un volto. E la sala lo ha sentito.
Il Forum Theatre seguiva ogni variazione con un silenzio che era già applauso. Poi, nei momenti in cui la musica esplodeva nel groove più fisico e trascinante, la sala si scioglieva in qualcosa di collettivo e immediato, quella cosa rara in cui un pubblico smette di essere un insieme di persone separate e diventa una sola cosa che respira insieme.
Cento anni fa nasceva un uomo che ha dato un suono all’immaginario italiano. Stasera quel suono era vivo, presente, necessario come non mai. E la cosa più bella è che i Calibro 35 non lo hanno celebrato come si celebra un monumento, ma lo hanno trattato come musica. Come qualcosa che esiste nel presente, non nel passato. Come qualcosa che ancora brucia.

Gallery a cura di Giulia Cima ed Emiliano Jatosti

Altre storie
Giorgina Pi: senza rivolta non c’è teatro