Veronica Raimo: archivio del corpo, grammatica della ferita

Ultimo aggiornamento:

C’è un punto in cui la scrittura smette di essere superficie e diventa pressione. “Non scrivere di me” l’ultimo libro di Veronica Raimo edito da Einaudi, lavora proprio lì: nel momento in cui la memoria si incrina e lascia passare altro, qualcosa di più scuro, più difficile da nominare.

Tutto quello che sono

“Tutto quello che non ho mai fatto, tutto quello che non sono stata, è tutto quello che sono”. E’ nelle pieghe delle assenze, delle possibilità irrealizzate (o irrealizzabili), delle sliding doors esplose in faccia, che si nasconde il cuore di “Non scrivere di me”, l’ultimo romanzo di Veronica Raimo. Tutto quello che siamo è omissis e alterazione, traslate da enfasi e pudore. La vita della protagonista procede a scarto ridotto, quasi come in una slow-motion di un’immagine fissa. Il punto in cui tutto è diventato immobilmente ripetitivo coincide con una violenza che prende forma e si compone come un puzzle. Nel sangue e nello sputo che offendono la carne e l’essenza di tutto quello che era stato prima.

La voce narrante si muove dentro questa materia con una lucidità instabile. Raccontare diventa un atto che espone e distorce, che prova a tenere insieme ciò che sfugge. Il trauma qui non è mai chiuso, resta aperto, ritorna, modifica la percezione. Il corpo lo trattiene, lo rilancia, lo traduce in memoria frammentata. La lingua segue questo movimento: si spezza, accelera, devia. Nessuna ricerca di consolazione, nessuna pacificazione. Solo una tensione costante tra ciò che emerge e ciò che resta sotto. Raimo lascia che la scrittura diventi spazio di attrito, un luogo in cui la violenza non viene spiegata ma continua a vibrare.

“Non scrivere di me” tiene questa linea senza cedere. Un attraversamento che lavora sul trauma senza chiuderlo, che ne restituisce la persistenza, la capacità di ridefinire il racconto e chi lo abita.

Nelle ultime pagine del libro Veronica Raimo si chiede “Qual è la lingua per raccontare la violenza?”. E quella che riesce a trovare è una lingua che non fa sconti, che non edulcora, che decide di raccontarsi senza nascondersi. Che sceglie di essere grammatica della ferita.

Altre storie
Enrico Brizzi: eravamo immortali e non lo sapevamo