”Giorni Futuri”, di Gabriella Dal Lago, pubblicato da Einaudi è un romanzo intimo e politico, doloroso e confortante. Un inno a guardarsi oltre lo specchio del mondo che abbiamo attraversato per trovare la nostra reale immagine
Una geografia privata
Una città può restituirti una persona prima ancora di restituirti te stessa. Basta attraversare una strada conosciuta, riconoscere un interno, ritrovare una luce, e all’improvviso il passato smette di essere passato. Torna a occupare spazio.
È da questo movimento che prende forma Giorni futuri di Gabriella Dal Lago: un romanzo di ritorni, distanze e legami, costruito intorno a una domanda che sembra semplice e invece apre continuamente altre domande: dove siamo, esattamente, quando diciamo di essere da qualche parte?
Irene torna a Torino dopo dieci anni. Alle sue spalle ha Amsterdam, Utrecht, New York, una vita costruita attraverso partenze successive, possibilità, lavori, incontri. Davanti a sé ritrova una città che dovrebbe appartenerle e soprattutto un’assenza: quella di Ottavia, l’amica con cui ha condiviso gli anni in cui si diventa adulti e che da due anni non fa più parte della sua vita.
Il ritorno di Irene è quindi anche un ritorno dentro una relazione interrotta. Non per ricostruirla necessariamente, ma per capire che cosa abbia significato. Quanto una persona possa diventare un luogo. Quanto possiamo allontanarci da qualcuno senza smettere di vivere dentro la forma che quella relazione ci ha dato.
Dal Lago scrive un romanzo in cui lo spazio e il tempo non fanno da sfondo alle persone: le modificano. Torino, Amsterdam, Utrecht, New York non sono semplicemente coordinate geografiche, ma modi diversi di stare al mondo. Ogni città porta con sé una possibilità, un’idea di futuro, una versione di Irene. Ogni spostamento produce una perdita e insieme una promessa.
E dentro questa geografia privata entra, con grande naturalezza, la politica.
Non la politica dei programmi o delle istituzioni, ma quella più difficile da vedere: la distribuzione diseguale delle possibilità. Chi può partire? Chi può permettersi di tornare? Chi trasforma la precarietà in esperienza cosmopolita e chi invece la vive come mancanza di radici? Quanto pesa la famiglia da cui veniamo quando proviamo a inventarci altrove?
Anche l’amicizia, nel romanzo, diventa una questione politica. Irene e Ottavia non si sono semplicemente accompagnate per un pezzo di strada: si sono costruite anche attraverso lo sguardo dell’altra. Nella loro relazione entrano la classe, il desiderio, l’ambizione, la cura, la competizione, le differenze di possibilità. Una persona può essere per un’altra una confidente, una rivale, una misura, una promessa. Può diventare il luogo in cui per la prima volta ci vediamo davvero.
Per questo la fine di un’amicizia produce un vuoto diverso da quello di una separazione amorosa. Non perdi soltanto qualcuno: perdi una parte del sistema attraverso cui avevi imparato a orientarti.
È forse questa la cosa più politica che Giorni futuri mette in campo: l’idea che nessuna vita sia davvero individuale. Il nostro posto nel mondo viene continuamente negoziato con gli altri. Attraverso le relazioni impariamo dove stare, cosa desiderare, cosa possiamo diventare. E quando una relazione finisce, quella geografia non torna automaticamente al suo assetto precedente.
Il romanzo guarda così a una generazione cresciuta dentro la promessa della mobilità. Il mondo sembrava enorme e attraversabile; partire era una forma di emancipazione, cambiare città una possibilità di reinventarsi. Ma dopo abbastanza partenze resta una domanda meno luminosa: quanto movimento serve per sentirsi finalmente da qualche parte?
Irene si muove nel tempo come nello spazio. Il passato ritorna, il presente lo riapre, il futuro perde la sua consistenza di promessa e diventa qualcosa di molto più concreto: una possibilità da costruire con quello che abbiamo ereditato, con quello che abbiamo perso, con le persone che ancora ci riconoscono.
Giorni futuri parla del posto che cerchiamo nel mondo, ma soprattutto del fatto che quel posto non è mai soltanto nostro.
Lo occupiamo insieme agli altri. A volte grazie agli altri. A volte contro di loro. E qualche volta scopriamo, tornando indietro, che una persona che pensavamo di aver lasciato nel passato continua a essere parte delle coordinate con cui proviamo a orientarci.
Forse crescere significa anche questo: smettere di cercare un luogo definitivo e imparare a riconoscere le relazioni che, nel tempo e nello spazio, ci hanno insegnato a chiamarlo casa.




