La prima cosa che ho fatto è stata scrivere a un amico.
È successo senza pensarci. Ho preso il telefono e gli ho scritto prima di leggere un’agenzia, prima di cercare una conferma, prima di interrogarmi su cosa avrei potuto dire o scrivere.
Ci conosciamo da trent’anni. Abbastanza perché la nostra amicizia coincida con una parte della nostra formazione. L’università a Roma, una casa comune fatta di notti con chitarre sulla spalla passate a discutere di libri, di politica, di musica, senza avvertire alcun confine tra le cose. C’erano canzoni che non appartenevano al tempo libero. Erano strumenti di conoscenza.
Per questo il mio primo gesto è stato cercare lui.
Non perché fosse il più grande conoscitore di Guccini, oddio , anche per questo, ma perché una parte del mio Guccini è passata attraverso quella stagione della vita che abbiamo condiviso. Mi capita spesso di pensare che gli autori più importanti, a un certo punto, smettano di appartenere soltanto alla nostra biblioteca sentimentale. Si depositano nelle relazioni e diventano una lingua comune e sopratutto è uando tornano, tornano sempre insieme a qualcuno.
Gianluca, il mio amico, mi ha risposto con una frase sola.
“Non so che dire. Bisogna cantare.”

Ho sorriso. Non perché quella frase consolasse qualcosa. Ma perché rinunciava all’idea che tutto debba essere immediatamente tradotto in un’opinione. È una rinuncia che considero sempre più preziosa.
Solo dopo è arrivato il resto. Il mestiere con le dichiarazioni da riportare, i social da monitorare, i ricordi dell’intellighentia da condividere perché ad ogni morte segue puntuale un bisogno collettivo di capire che cosa significasse davvero la morte di Francesco Guccini. E lì mi sono resa conto di una cosa che riguarda più me che lui.
La giornalista che sono diventata non nasce nonostante quella ragazza che passava le notti a cantare Guccini. Nasce esattamente da lì.
Da quelle discussioni infinite in cui una canzone era un pretesto per parlare della responsabilità delle parole. Da quell’idea, oggi quasi fuori moda, che la cultura non fosse un ornamento dell’intelligenza, ma una disciplina dello sguardo.
Quando, anni dopo, l’ho incontrato e intervistato, la sensazione fu stranamente familiare. Non ebbi l’impressione di trovarmi davanti a un mito. Ebbi l’impressione di ritrovare il rigore che avevo imparato ad associare alle sue canzoni. Un rigore che non aveva niente di accademico. Era morale.
Ricordo di essere uscita da quel talk con un pensiero molto semplice: devo leggere di più.
Non scrivere di più.
Non sapere di più.
Leggere di più.
Perché ci sono intelligenze che impressionano. E poi ce ne sono altre che, con naturalezza, rimettono al loro posto il nostro rapporto con il mondo. La loro grandezza non consiste nell’offrire risposte migliori, ma nel rendere le nostre domande improvvisamente più esigenti.




