C’mon Tigre e la perfezione imperfetta del glitch

Un albero di percussioni: nessun volto, nessuna forma da umanoide, solo percussori che si svegliano a ogni impulso elettrico e battono sulle pelli. È il musicista più strano di Lumina, il disco con cui i C’mon Tigre hanno rovesciato l’ordine delle cose: prima il corpo, poi le canzoni. Per un anno la musica è vissuta dal vivo, in una dancefloor tecnologica battezzata LUMINA – Immersive Frequencies – a Technological Dancefloor, tra il ROBOT Festival di Bologna e il JAZZMI di Milano, mentre i singoli K//A\K//A, Driver Idle e The Beautiful Glitch facevano da avanguardia. Il 2 ottobre, all’Ex Ospedale dei Bastardini, il disco ha finalmente preso casa.

Oud e xilofono, violoncello e una voce femminile stanno alla pari con sequencer e drum machine, in un concerto pensato come un rave da ascoltare e da ballare: una pulsazione ancestrale che chiama il corpo prima della testa, con l’elettronica a fare da architettura e gli esseri umani a muoverci dentro.

In questa conversazione la band racconta tutto questo dall’interno: gli anni passati a dialogare con le intelligenze artificiali generative, i tentativi, i dubbi; l’errore, quel glitch che nessun algoritmo sa fingere; le voci imperfette, il live «mutaforma», il rumore e il silenzio, che in una stanza chiusa fa impazzire. Il tour parte il 6 novembre da Vicenza e arriva a Roma il 12 dicembre, a Largo Venue.

Secondo me Lumina è un modo in cui avete espresso il vostro modo di percepire il mondo, come lo avvolgete e come vi fate avvolgere dal mondo. Come siete arrivati a questo processo?

Il progetto è nato come esigenza di confrontarci con il presente: incrociare l’arte con la tecnologia, l’essere umano con l’artificiale, e cercare un punto di equilibrio in questo binomio che ormai fa parte del quotidiano di tutti. Pensiamo che la figura dell’artista, senza volersi sentire tale, debba prendersi il tempo di capire cosa sta succedendo.

È una responsabilità.

Esatto. Anziché vivere passivamente questo momento, abbiamo voluto metterci le mani. Da diversi anni abbiamo iniziato un percorso di dialogo con le intelligenze artificiali generative, sperando fosse possibile un equilibrio artistico. Alla fine di questo percorso siamo parecchio dubbiosi, però ci siamo divertiti, perché se non maneggi le cose non le capisci, e se non le capisci non puoi nemmeno prenderle in considerazione come strumento.

Quale parte di umanità non è riproducibile dall’artificiale?

Sicuramente l’errore. È la parte che contraddistingue l’essere umano, la sua peculiarità. Nell’arte l’errore fa parte del processo operativo e determina il carattere stesso dell’opera. Un’opera perfetta, senza errore, perde qualcosa, e un errore artefatto non è più un errore. L’errore di cui parliamo non è quello performativo: è un glitch che interviene durante la scrittura e la modifica. Non so se questo sia apprendibile da un’intelligenza artificiale.

I vostri live, le vostre performances, quanto mettono in discussione la vostra idea di suono?

Il nostro è un live mutaforma. Dieci anni fa era completamente privo di elettronica, c’era più libertà sul palco e ci si prendeva anche spazi di improvvisazione, per quanto definiti. Lumina è stata la possibilità di entrare fisicamente in un ambiente che coinvolgesse non solo la parte sonora ma anche quella visiva, con le luci e i contenuti led. Ci siamo dedicati molto alla parte ritmica, a quel richiamo ancestrale e primordiale della musica: sentire il corpo che necessita movimento

Quanta parte della vostra identità mettete in discussione in ogni vostra creazione, in ogni disco, ?

La curiosità ci spinge a metterci in gioco, cambiamo ogni volta le carte in gioco, ci muoviamo su territori e generi diversi senza problemi. L’identità, non si sa per quale motivo, rimane fortunatamente intatta. In questo disco la voce è limitata a interventi spot, quindi non ci siamo posti troppo il problema.

L’ultima domanda: per voi cos’è il rumore?

È parte della musica in tante forme, ce l’hanno insegnato. È difficile da definire, credo sia soggettivo. Mi sento un po’ chiuso in qualsiasi immagine gli dia. Forse è un sottofondo costante. O qualcosa che rompe il silenzio, che oggi, per fortuna o purtroppo, non esiste più, nemmeno a cercarlo.

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