La notte è calda e festosa nel cortile del Castello Sforzesco di Milano, la serata celebra il traguardo dei 50 anni di Radio Popolare con un’artista internazionale che ne condivide lo spirito libero e indipendente. È anche la seconda data italiana di questo tour dell’artista con il suo Patti Smith Quartet (che vede Jackson Smith come detto alla chitarra e poi il bassista Tony Shanahan, il batterista Seb Rochford, e la partecipazione di Jesse Paris Smith – sua figlia – al pianoforte).
Un tour che celebra (con qualche mese di anticipo) gli 80 anni della cantautrice e poetessa, magnifica icona del nostro tempo, unica per lo spirito indomabile, forza e vitalità trascinante. Quella vitalità che ancora oggi le mette addosso la voglia di ballare e fare musica e nello stesso tempo la capacità di raccontarsi come essere umano profondamente spirituale che non nasconde le sue fragilità ma le attraversa raccontando le proprie vicende personali, temi universali come l’amore e la perdita, attraverso la bellezza e la qualità delle parole che vivono nei suoi testi e nei suoi libri.

Voce carica di speranza che crede fermamente nella partecipazione dal basso, nella possibilità, ancora una volta, di grandi cambiamenti sociali, e che incoraggia gli altri a credere nel futuro, un atteggiamento che possiamo senza dubbio riscontrare molto coraggioso e poco diffuso al momento, in tutto il mondo.
Aprono la scaletta i versi dell’amore estatico di Dancing Barefoot, seguita dalla commovente Ghost Dance e dalla liberatoria Revenge. Poi l’atmosfera si fa onirica e il pensiero va a uno dei suoi “fratelli d’anima”, Jim Morrison, prima con la cover The Crystal Ship dei The Doors e poi con il racconto vivido e ricco di particolari di un sogno di Patti Smith, un sogno che è diventato poi il testo di Break it up, pezzo che appare sul lato B di Horses, l’album con la foto di copertina iconica realizzata da Robert Mapplethorpe. Scritta con Tom Verlaine, la canzone racconta questa visione in cui un Jim Morrison intrappolato in una crisalide di marmo – eppure palpitante – viene incitato a riprendersi la sua libertà e quindi la sua energia vitale. Che ogni presagio sia propizio, nel 2026, nell’anno del cavallo.

La successione di grandi successi si muove con grande energia tra le due anime dell’artista, quella più intimista e privata e quella più impegnata e politica, con un perfetto equilibrio si evolve anche il dialogo verso il pubblico che è aperto e attento.
Commovente il ricordo dell’amico musicista Glen Hansard a cui viene dedicata in scaletta la cover di Falling Slowly e la canzone Beneath the Southern Cross, un brano che aveva cantato lo stesso Hansard solo lo scorso anno in un’occasione pubblica.
L’energica e viscerale Summer Cannibals seguita dalla struggente Fireflies fanno poi spazio ad una commozione generale su Peaceable Kingdom, che vede la presenza di Jesse Paris Smith al piano.
La luna è piena, l’emozione anche, si muove a ondate. In breve un attimo si silenzio, dal fondo una voce femminile lancia un urlo che riassume chiaramente il sentimento della platea intera: “Patty I love you!” la risposta:“ I love you too!” Immensa gratitudine da entrambe le parti, quando attraverso la musica si costruisce un “noi”.

Il bis vede finalmente il pubblico sciogliersi assieparsi gioioso verso il palco per ballare e cantare con due grandi classici: Because the night, ovvero l’amore ai tempi delle telefonate interurbane ricordando l’amatissimo Freddy «Sonic» Smith, che ha scritto con lei anche People have the power, il potente finale di questo concerto, una canzone simbolo e ispirazione per le cause più diverse, che ci rivela era molto amata anche dal padre della cantante, in cui per coincidenza oggi è l’anniversario della nascita.
Un finale struggente ed epico per un concerto che racconta tutto il nostro tempo: il passato, il presente e, soprattutto, il futuro.




