Cecilia Dalla Negra è una giornalista, autrice e ricercatrice indipendente. Ha diretto per anni la testata “Osservatorio Medio Oriente e Nordafrica”. Oggi è responsabile della sezione italiana della rivista specialistica “Orient XXI”, e si occupa di politica e movimenti femminili, femministi, giovanili e queer in Palestina. Ha pubblicato nel 2018 “Si chiamava Palestina. Storia di un popolo dalla Nakba a oggi” (Aut Aut edizioni) e “Walking the Line. Palestina e Israele lungo il confine che non c’è” (Milieu edizioni). La sua ultima pubblicazione è “Questa terra è donna. Movimenti femminili e femministi palestinesi” (Astarte Edizioni, 2024).
Il dolore che fa da specchio
-“Dovremmo organizzare dei corsi per le donne”
-“E per insegnare cosa?”
-“Ad attaccare prima di essere attaccate”.
Ho la fortuna di avere attorno sorelle, compagne e amicizie che, pressoché ogni giorno, mi ricordano quanto ogni idea di resistenza a un’oppressione sia, necessariamente, collettiva. Di tanto in tanto può capitare di dimenticarlo, ma ogni pensiero – e conseguente atto – di ribellione, per quanto individuale, nasce sempre da un bisogno radicato oltre noi stess3, nelle nostre comunità; da un moto di rabbia, talvolta di odio, ma sempre e comunque “mosso da amore”.
Stavo chiacchierando con E., e mi stava raccontando di quanto fosse esasperatə dalla violenza maschile e patriacale che ogni giorno si riaffaccia sulle nostre vite, o in quelle di chi ci circonda, attraverso migliaia di piccoli gesti, parole, percezioni, azioni, più o meno eclatanti, ma comunque onnipresenti. Una sorta di cappa nebulosa e asfissiante contro la quale tutt3 noi, in un modo o nell’altro, tentiamo di resistere. Mi raccontava di quanto fosse stancə del nostro muoverci sempre in difesa.
“Il dolore dell3 oppress3 paradossalmente è più facile da raccontare. Eppure non ci fa che da specchio”, mi ha detto a un certo punto.
Ed è in quella frase che mi è risuonato chiarissimo il legame esistente tra forme di oppressione che appaiono distanti quanto la Palestina, lo spazio geografico – ma prima di tutto umano – di cui mi occupo e che amo da tanti anni. Ed è vero: da donna cis, bianca, occidentale, privilegiata e sottoposta a violenza patriarcale, raccontare quel dolore mi è sempre stato più semplice che maneggiare il mio. Così come riconoscere il valore di quella resistenza. E’ stato in quello scambio apparentemente casuale, davanti a un bicchiere di vino, che la teoria è diventata improvvisamente realtà incarnata. Mi capita spesso di capire le cose così: come in un’epifania che ha voce di donna.

Il 25 Aprile solitamente piango molto. Penso alla Resistenza e mi commuovo, da sempre. Sono nata in una città che non ha dimenticato la sua storia, in cui i Partigiani e le Partigiane capitava di incontrarle per strada. Con i loro fazzoletti rossi al collo raccontavano a noi bambin3 la battaglia per liberare Firenze dall’occupazione nazifascista: “Ricordatelo bimba, noi ci si liberò dassoli. Gli americani, quelli arrivarono dopo”, si raccomandava il Capitano Pillo. Da allora, il 25 Aprile per me è il giorno del vino rosso, delle salsicce arrostite alla brace che quando le mangi poi sono sempre fredde, delle scarpe rotte eppur bisogna andar, dei mille papaveri rossi. E della trasmissione della memoria da una generazione all’altra.

Sono cresciuta in una famiglia fieramente antifascista, in cui il 25 Aprile ci si scambiano gli auguri di primo mattino; gli stessi che magari poi a Natale ci scordiamo. Discendente da una stirpe anarchica, atea, comunista, il mio Natale è stato sempre colorato di un altro rosso: quello delle bandiere con la falce e il martello alle feste dell’Unità a cui mi portava mio nonno; dei fazzoletti dell3 combattenti della Brigata Sinigaglia, della trama delle kefie e dei papaveri, che qui come in Palestina sono simbolo di resistenza. Quelli che con mia figlia portiamo sulle targhe che commemorano la Liberazione ogni anno da quando è nata, perché cresca consapevole che la libertà ha un costo, ma che vale sempre la pena battersi e pagarlo.
“Devo confessarlo: sono un essere umano che si aggrappa al proprio amore come se fosse una brace ardente. Continuerò ad amare il mio popolo, perché l’amore è l’unica vittoria contro il mio carceriere”, scriveva Walid Daqqa, intellettuale e prigioniero politico palestinese ucciso nell’aprile del 2024 nelle carceri sioniste, dove aveva trascorso 38 anni della sua vita. Quando ci si oppone a una necropolitica pianificata che ti opprime e non prevede la tua esistenza, continuare a provare amore è un gesto sovversivo. E’ un sentire che si fa “soggetto imprevisto” di una storia che vorrebbe rimuovere il tuo nome.

L’amore di Daqqa, di sua moglie Sanaa e di sua figlia Milad – che come lui hanno resistito fuori da quel carcere, ma pur sempre in una gabbia coloniale; l’amore per la libertà, che spinse Partigiani e Partigiane a combattere; l’amore di chi in Palestina resiste al genocidio con ogni mezzo; l’amore di sorelle che si scelgono e combattono per costruire un mondo diverso, libero dalla violenza patriarcale; l’amore di madri che tentano di crescere figl3 sicur3 e liber3, ha la stessa matrice, la medesima potenza.
E’ quell’amore che ambendo alla libertà dall’oppressione, è capace di muovere rivoluzioni. Libertà e Rivoluzione sono due parole che io e mia figlia leggiamo ogni giorno, incorniciate sulle pareti del nostro salotto. Per ricordarci l’importanza che hanno, per domandarci quanto l’una dipenda dall’altra. Oggi come ieri, per me Resistenza è odio mosso da amore. E’ il lavoro di cura che scegliamo di fare ogni giorno, verso l3 nostr3 figl3 e le nostre comunità di sorellanza. E’ l’attenzione con cui teniamo tra le mani la parola dell’Altra, in un sistema che a quella parola non crede: che l’Altra sia impegnata a resistere in uno spazio devastato dalla violenza coloniale, a denunciare una violenza invisibile, o a pulire il pianerottolo accanto. Resistenza è guardarci le spalle tentando di costruire alternative in modo disperato, ma potente. E’ il significato nascosto nel nome che porta mia figlia: incondizionata, ostinata speranza.
Cecilia Dalla Negra




