Zerocalcare e “Due Spicci”: Ricomporsi Lungo i Bordi

Il Circo Massimo trasformato in un’immensa sala giochi, con centinaia di arcade, aree intrattenimento, schermi, file, corpi in attesa, musica, voci, Roma enorme e antichissima attraversata per una sera da un immaginario nato altrove: nelle camerette, nei centri sociali, nelle autoproduzioni, nelle tavole passate di mano, poi negli schermi di chi Zero, Sara, Secco e Cinghiale li ha conosciuti quando erano già diventati una specie di famiglia laterale. L’anteprima di “Due Spicci,” la nuova serie Netflix creata, scritta e diretta da Zerocalcare, prodotta da Movimenti Production in collaborazione con BAO Publishing, è stata questo prima ancora che un evento: una geografia emotiva montata al centro di Roma.

C’era la macchina enorme del lancio, certo. Netflix, il Circo Massimo, i numeri, la produzione, la scala spettacolare. Ma c’era anche qualcosa che superava la strettoia del marketing, qualcosa che non si lasciava ridurre alla celebrazione del prodotto. Una specie di “Siamo qui noi” malinconico, gioioso, consolatorio. Non uno slogan, piuttosto una frase che sembrava arrivare da lontano e trovare finalmente un posto abbastanza grande per essere detta da tutti.

“Due Spicci” sembra dedicata a chi è arrivato fin qui con qualche pezzo fuori posto. A chi si è sentito strappato lungo i bordi e ha provato, negli anni, a ricomporsi senza diventare feroce. A chi ha una laurea per far finire male le cose, a chi non si riconosce più, a chi invecchia e guarda il passato con quella malinconia strana che non riguarda soltanto ciò che è finito, ma anche la persona che eravamo mentre lo attraversavamo. A chi continua a pensare, con una testardaggine quasi infantile e per questo preziosa, che le brave persone prima o poi possano ancora avere la meglio su tutto lo schifo che le circonda.

Da “Strappare lungo i bordi” a “Due Spicci” non c’è solo il passaggio da una serie a un’altra. C’è un movimento più profondo: dal tentativo di dare forma alle fratture alla possibilità, forse più fragile, di restare insieme dentro quelle fratture. Zerocalcare ha sempre raccontato il personale senza renderlo privato. L’ansia, l’ipocondria, il senso di colpa, l’amicizia come pratica quotidiana, la paura di non essere abbastanza, la difficoltà di stare al mondo senza farsi consumare dal mondo: tutto, nel suo lavoro, diventa politico proprio perché non viene mai proclamato come tale. Parte dal corpo, dalla nevrosi, dalla vergogna, dalla stanza, dalla telefonata rimandata, dal pensiero che non ti lascia dormire. E da lì arriva al fuori, agli altri, alla città, alla storia, alla responsabilità.

Per questo l’anteprima di “Due Spicci” segna davvero un prima e un dopo nella cultura italiana, ma non perché il fumetto abbia finalmente ricevuto una medaglia, un invito nei salotti buoni, una legittimazione dall’alto. Detto così sarebbe ancora un modo vecchio di guardare le cose, come se ci fosse qualcuno autorizzato a decidere quando un linguaggio popolare può diventare Cultura. Il punto è un altro: certi immaginari hanno già costruito pensiero, memoria, comunità. Hanno già formato un lessico comune. Ieri quel lessico aveva una forma enorme, concreta, quasi fisica: il fumetto, l’animazione, le voci, le tavole, gli arcade, Coez, Giancane, le canzoni che sembrano arrivare da stanze diverse e invece finiscono nello stesso punto.

La forza non sta nel dire che il fumetto è passato dalle stanzette al Circo Massimo come se fosse una promozione sociale. La forza sta nel sentire che quelle stanzette non sono state cancellate. Sono arrivate lì dentro. Sono arrivate con la loro luce bassa, i poster, i fumetti aperti sul letto, le canzoni ascoltate in loop, le chat lasciate senza risposta, la sensazione di essere sempre un po’ fuori asse rispetto al mondo. Sono arrivate insieme alle viscere del Forte Prenestino, alle autoproduzioni, alle notti romane senza cartolina, a un modo di fare cultura che non ha aspettato il permesso di nessuno per esistere. Il Circo Massimo non ha ripulito quell’origine. L’ha ingrandita.

Anche l’incontro tra fumetto, animazione e musica funzionava per questo. Non come contaminazione messa lì per rendere l’evento più largo, più vendibile, più trasversale. Piuttosto come la forma naturale di un immaginario che da sempre tiene insieme registri diversi: il comico e il tragico, il pop e il politico, il cazzeggio e la ferita, la battuta e il trauma, il dettaglio minuscolo e il crollo collettivo. Coez e Giancane non stavano accanto a Zerocalcare come ospiti di un grande evento. Stavano dentro lo stesso discorso sentimentale, dentro quella lingua che sa essere popolare senza diventare innocua.

Per questo le quasi ventimila persone che hanno cantato Gli anni degli 883 non erano solo una bella immagine da raccontare. Dentro quel coro c’era qualcosa di meno semplice della nostalgia. C’era il modo in cui una canzone apparentemente lontana, dentro quel contesto, poteva diventare una frase collettiva. “Tranquillo siamo qui noi” non suonava come un ritornello generazionale, né come un riflesso automatico da karaoke emotivo. Sembrava una riparazione minima e tardiva. La frase che molti avrebbero voluto ricevere quando stavano in cameretta con un fumetto aperto, una canzone in loop, la sensazione ostinata di non avere un posto preciso nel mondo e nessuna parola abbastanza adulta per spiegarlo.

Ieri quella solitudine non è stata nobilitata, né trasformata in posa. È stata riconosciuta. E riconoscersi, a volte, è già una forma molto concreta di cultura.

Forse è qui che l’anteprima di “Due Spicci” diventa qualcosa di più grande del suo dispositivo spettacolare. Non nel record, non nei numeri, non nella semplice grandezza dell’evento, ma nel modo in cui un immaginario nato ai bordi è riuscito a riempire il centro senza farsi addomesticare. Dal Forte Prenestino a Netflix, dalle tavole agli schermi, dalle camerette al Circo Massimo, non c’è una storia di riscatto patinato. C’è una continuità più interessante, più sporca, più vera. La prova che la cultura, quando è viva, non sale di livello: cambia scala. E se resta riconoscibile anche quando diventa enorme, allora forse non era mai stata piccola.

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