I Cani, il gruppo seminale di Niccolò Contessa, sono tornati sui palchi. Un tour completamente sold-out, l’urlo di generazioni che si incontrano, incrociano e abbracciano.
Chi si prende gli applausi e mi lascia soltanto le colpe?
Noi. Voi. L’Universo. E, infine, IO.
Un IO che racchiude e rinchiude tutte le umanità disarticolate e conflittuali che possediamo e con le quali combattiamo. Un IO auto(in)cosciente che ci spinge, ci fa cadere, che sputa nel nostro piatto e ci abbandona nud* su una strada costringendoci a prostituirci.
Ed è questo IO, non più distante dal mondo come una lente di ingrandimento che brucia i fili d’erba invece di accarezzarli, a essere tornato sul palco nelle vesti di Niccolò Contessa e de I Cani. La band che ha rivoluzionato (o forse creato) l’indie in Italia si è ripresentata sul palco dopo quasi dieci anni di assenza a supporto del nuovo album “Post Mortem”.
Un live nel quale il pop low-fi del primo album ha abbracciato l’elettronica vibrante dell’ultimo, senza tralasciare anche soluzioni cantautorali più pure figlie del disco più complesso della band (Aurora). Una sovrapposizione di soluzioni che si è trasformata quasi in un unico flusso di coscienza.
Il desiderio della band di ritornare a una dimensione live è palese, trasparente. Anche nel cercare soluzioni che non riproducano fedelmente i brani, ma che spesso li trascinino in vortici quasi punk (“Lexotan” e persino “Come Vera Nabokov”.
E Niccolò Contessa è proprio come Vera Nabokov: “Da quando ho un tour e un lavoro e la gente che amo sta male, io da solo non ci riesco più”. E forse per questo ha deciso di ritornare sul palco, per difenderci e difenderci, per tagliarci e tagliarsi a fette. Per raccontare quello che saremo post mortem. Per parlare a noi ma raccontare a se stesso. Per sottrarci e sottrarsi a una normalità colpevole.



