C’è una soglia — porosa, luminosa nel suo stesso buio — in cui la musica diventa identità, carne, gesto. Esoterica, il nuovo EP di MURIEL, nasce esattamente lì: in un luogo dove la notte non è più uno sfondo, ma una presenza che definisce, accoglie e trasforma.
Sette tracce in spagnolo che non cercano di rassicurare l’ascoltatore: preferiscono mostrargli la complessità del desiderio, la grammatica dei corpi che si muovono ai margini, la geografia emotiva che abita gli spazi queer. La voce di MURIEL procede come un bagliore intermittente: a tratti tenera, a tratti feroce, sempre inevitabilmente vicina.
Topografie emotive e ritmi che diventano territorio
In Esoterica, il ritmo non è un accompagnamento: è struttura, dichiarazione, memoria.
L’elettronica si intreccia a pulsazioni latine e vibrazioni profonde, costruendo ambienti sonori che sembrano respirare insieme al corpo.
Ogni traccia apre una stanza diversa: alcune intime come un sussurro, altre taglienti come una confessione fatta sotto le luci tremanti di un club.
La musica di MURIEL non rappresenta: accade. È movimento che si fa identità, è sopravvivenza che si fa estetica. È un attraversamento, più che un ascolto.

Il femminile di Esoterica non è un simbolo né una posa. È un territorio vivo, contraddittorio, sensuale, vulnerabile e indomito.
Un femminile che non si scusa per la sua intensità e non pretende di essere decifrato. Che nasce dalla carne, dalla notte, dalla lucidità di chi ha imparato a stare nella propria complessità senza renderla più accomodante.
Le città attraversate da MURIEL — Madrid, Londra, Berlino — diventano strati sottili, quasi impercettibili, che plasmando l’immaginario dell’artista restituiscono un linguaggio sonoro personale: polifonico, migrante, pieno di frizioni e di aperture.
Restare nella soglia
Esoterica non si lascia consumare. Si lascia abitare.
È una soglia in cui la vulnerabilità diventa contatto e il buio un luogo di rivelazione. Un EP che non domanda fedeltà, ma disponibilità: quella di ascoltare con il corpo, di accogliere ciò che disorienta, di riconoscersi nelle ombre che ci definiscono più di quanto crediamo.
Quando termina, non chiude.
Rimane come una tensione sottile, un’eco che insiste, un impulso che continua a vibrare.
Più che un punto finale, è un invito a tornare dove qualcosa di nostro aveva già iniziato a cambiare.




