Il cuore di tenebra dei Moti Celesti

Un viaggio nell’oscurità di una città che vaga nascosta nella notte, tre nocchieri senza rotta e senza meta, un cielo vuoto che sorveglia dall’alto. “I Moti Celesti”, la prima graphic di Michele Peroncini edita da Coconino Press, è un percorso picaresco nelle anime di tenebra dei protagonisti e nella loro ricerca di brevissimi stati di grazia in diluvi intermittenti

Bestie feroci e metafisica

Tre anime tragiche ed irrequiete, alla ricerca di qualcosa impossibile da spiegare e vedere. Tre novelli Caronte che ci tendono la mano per attraversare l’oscurità di una città piena di bestie feroci e metafisica, di terrene volgarità e sguardi rivolti verso il cielo. Tre viandanti senza causa che rimettono continuamente in discussione la propria identità e la propria essenza, alla ricerca di un segno che possa riempire la loro anima bucata ed inerte come un cielo vuoto. “I Moti Celesti”, la prima graphic novel di Michele Peroncini edita da Coconino Press, ha un incedere sgraziato e ruvido come i carrugi di Genova e una delicatezza nascosta come il trascorrere del tempo che non invecchia ma “dona la rovina”. Un’opera esistenzialista che ricorda, anche nella scelta dei personaggi, alcune caratterizzazioni dello Zanardi di Pazienza. Ma lì dove i personaggi di Paz sono ineluttabilmente nichilisti, i protagonisti de “I Moti Celesti” si muovono in maniera disorganica, caotica e turbinosa alla ricerca di uno spazio di grazia, di un frammento di bellezza.

La loro tragicità risiede proprio in questo perenne movimento insoluto, in questo continuo ondeggiare fra le sponde di un fiume ormai esondato. Fausto, Siro e Gian sono gabbie umane che rinchiudono delle bestie che ruggiscono in silenzio e continuano a sbattere la testa contro le sbarre. Eppure la luce non è mai lontana dalle loro vite, basterebbe “allungare il braccio e con le mani stringere il sole come fosse una favilla”. Ed il loro braccio, anche a rischio di bruciarsi, non smette mai di protendersi verso questo calore accecante. Fino alla fine, fino a lasciar la scena, perché “nell’ombra del sipario si chiude la commedia e lì finisce l’attore disgraziato”.

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