Giorgia Soleri: il femminismo è fare rumore

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La necessità di esporsi in prima persona per rompere il silenzio colpevole che troppo spesso avvolge temi come le malattie urogenitali femminili. Il coraggio di raccontare la propria storia per consentire ad altre persone di assumere consapevolezza della propria condizione e di rispondere ad un sistema che continua a derubricare come “invisibili” patologie come la vulvodinia. Giorgia Soleri ha deciso di mettersi a nudo su Instagram e parlare del suo percorso, delle sue sofferenze, delle sue lotte contro una malattia che spesso viene ignorata o non diagnosticata in maniera corretta.

“Ho iniziato la mia opera di sensibilizzazione perché ho avuto una diagnosi di vulvodinia dopo nove anni e ci sono riuscita sentendo altre persone che raccontavano il loro percorso – ci racconta -. Ho pensato che grazie al seguito che ho sui social avrei potuto aiutare molte persone semplicemente condividendo la mia storia. Così ho sfruttato il privilegio della mia notorietà per cercare di sollecitare l’opinione pubblica”.

In questi nove anni Giorgia ha dovuto affrontare medici diffidenti, persone che la additavano come “lamentosa”, haters che la apostrofavano come “pazza”, “ansiosa”, “frigida”, “bugiarda” e che le auguravano ulteriori sofferenze. E lei ha risposto trasformando una storia individuale in un problema collettivo. Un atto coraggioso e destinato a scuotere le coscienze. Un “rumore rosa”. “Perché il femminismo è fare rumore, rompere le scatole, essere scomode. Fare cose che alle persone danno fastidio, come raccontare la propria malattia, senza pensare che per gli altri possa essere un problema”.

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