Tra riti e polvere: sulle strade di “Ovunque proteggi”

C’è una strada che non sta ferma. Si muove tra mare e polvere, tra processioni e notti ubriache, tra lingue che si mescolano e diventano un linguaggio nuovissimo e arcaico. Giovanni Ansaldo la prende e la segue, senza mappa precisa, dentro le pieghe di “Ovunque proteggi” di Vinicio Capossela. Il suo ultimo libro “La Strada di Vinicio Capossela”, edito da Nottetempo, è il racconto della genesi di un disco che ha cambiato per sempre chiunque lo abbia ascoltato.

Sulla strada con Vinicio Capossela

Seguire i passi di un disco, scavare i solchi lasciati dalle orme, lasciarsi sporcare la faccia da baccanali antichissimi, incespicare senza cadere come un Cristo danzante. “La strada di Vinicio Capossela” nasce così: come un attraversamento. Non una ricostruzione da distanza, ma un ritorno nei luoghi che hanno acceso il disco. Sardegna, Sicilia, Roma, le Marche, Milano, fino a una Mosca raccontata dalla voce di chi ne ha attraversato i passaggi. Non coordinate da citare, ma spazi da abitare. Giovanni Ansaldo arriva, osserva, ascolta, si lascia spostare.

Dentro questo movimento prende forma un racconto che pulsa. Il giornalista lascia spazio al viaggiatore; un viaggiatore che ha come unica bussola le canzoni e dentro le quali si perde e ritrova. Le interviste convivono con il vento addosso, i dettagli delle sessioni si intrecciano ai riti, ai carnevali, alle voci incontrate lungo la strada. Ogni tappa diventa un frammento vivo, non una nota a margine. “Ovunque proteggi” torna materia aperta. Un disco che respira dentro una geografia emotiva fatta di confini mobili, di tradizioni che si sfiorano e si contaminano. Giovanni Ansaldo entra in questo paesaggio e ne segue le correnti: il sacro che sfuma nel profano, il folk che diventa visione, il viaggio che si fa lingua.

Il libro si muove come il disco. Avanza per accumulo, per deviazioni, per intuizioni improvvise. Nessuna linea retta. Solo traiettorie che si incrociano. E allora la scrittura diventa gesto fisico. Scarpe consumate, appunti presi in corsa, notti attraversate senza filtri. Ansaldo costruisce un racconto che non trattiene, ma apre. Un invito a rimettersi in cammino, a entrare dentro le canzoni come si entra in un paese sconosciuto. Alla fine resta una sensazione netta: certe opere chiedono presenza. Chiedono di essere raggiunte, percorse, vissute. Questo libro fa proprio questo. Prende “Ovunque proteggi” e lo riporta alla sua origine più vera: una strada che continua a muoversi.

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