Il live de La Quarta Classe a Sassari è stato un viaggio sonoro in un mare accidentato, una rotta tortuosa verso un porto sicuro.
In viaggio con le povere anime
Il blu della notte ha appena inghiottito l’ultimo bagliore arancio sopra i tetti che circondano Piazza Università a Sassari. In questo angolo di città, dove la sede storica dell’ateneo incrocia il fermento singhiozzante dei vicoli, il Bar Università si conferma ancora una volta un porto sicuro per chi cerca musica che abbia qualcosa da dire; uno di quei posti in cui le rotte commerciali più scontate non sembrano essere ammesse.
Le luci dello spazio esterno si abbassano, lasciando spazio a un suono profondo, quasi ancestrale: è il contrabbasso che inizia a muoversi lento, come un battito cardiaco che prende confidenza con lo spazio. Un istante di sospensione prima che l’energia esploda. In un attimo, partono tutti insieme. La Quarta Classe trio composto da Edoardo Meledina (contrabbasso e voce), Paolo Corda (chitarra) e Andrea Scanu (violino), scatena il suo folk punk intimo e viscerale.

Avete presente la prima classe del Titanic? L’orchestrina composta, colonna sonora per ricchi e nuovi ricchi pronti a riempire tasche già gonfie. E la terza classe? L’insicurezza mista alla voglia di cambiare, la musica fino a notte fonda e la speranza di un futuro nuovo dipinta sui volti di chi cerca fortuna tra camere luride e topi come vicini di letto. Poi, pensate alla Quarta Classe. Quella classe che non è mai esistita, ma la band sarda ha deciso di disegnarla e popolarla. Quanto più a fondo nel marciume può camminare un essere umano?
Immaginate una nave in viaggio e un mare troppo mosso, o un aereo che trema tra vento e tempesta: sarebbe impossibile restare immobili, stare in piedi senza barcollare. Ed è qui che entra in gioco il contrabbasso, a scandire il ritmo di questo equilibrio precario. Non importa quanto si balli, non importa quanto sia sporca la strada: si continua a suonare. È palese che il loro sia un linguaggio ruvido, diretto e senza compromessi. Gli strumenti dicono folk, l’anima che li muove è puramente punk. Ma non fatevi ingannare dalla polvere e dalla rabbia: dietro questa narrazione del marciume ci sono dei musicisti eccellenti, capaci di trasformare il caos quotidiano in una tecnica impeccabile e travolgente.

Il gradevole assalto sonoro è spezzato da “Fox Die”, una ballad introspettiva che Meledina aveva descritto poche ore prima come una “fotografia del momento”, lo sfogo di una tristezza che resta lì, impressa, anche quando la tempesta è passata. È un valzer tetro, dove l’apporto del violino di Andrea Scanu disegna i contorni della solitudine dell’anima. È il fermo immagine di un dolore che non si cancella, ma che si sceglie di ballare, lentamente, prima di tornare a urlare.
Si viaggia sulle montagne russe tra la profondità di “Fox Die” e l’adrenalina di “Red Eyes”. Se la ballad è il riflesso del dolore, questo pezzo è l’esplosione della rabbia quotidiana, quella che ti accende lo sguardo e ti fa stringere i denti. Nata tra i tavolini di un bar in seguito a un litigio assurdo, “Red Eyes” trasforma il nervosismo in una traccia leggera e tagliente. È il racconto di un Edoardo furioso, che esorcizza il momento citando canzoni e film. Un brano che profuma di birra versata e rivincita, dove La Quarta Classe dimostra che anche un banale alterco da bancone può diventare un inno da urlare sotto il palco.
Vorremmo restare lì ancora un bel po’, prigionieri di quel ritmo che ti costringe a muoverti anche quando il mare è mosso, ma ogni visione ha la sua fine e anche il live giunge all’ultima nota. Bracco Edoardo Meledina, compositore dei brani, con poche e fugaci domande rubate al rumore del post-concerto, per capire cosa spinga un musicista oggi a scavare così a fondo nelle tematiche dei “vinti”.
Edoardo mette subito le mani avanti: “Non sono uno scrittore”. Per lui le parole sono strumenti, compagne necessarie di una musica che nasce libera nella sua testa. Eppure quello che fa è puro storytelling di strada. Mi specifica che la Quarta Classe è quella che gli compete di più: ancora più in basso della terza, giù sotto la sala macchine. Quelli che non hanno scampo, i primi a morire quando la nave imbarca acqua.

Insieme ai suoi compagni, Meledina osserva il mondo dai tavolini dei bar, dove si incrociano destini decadenti e personaggi sfortunati. È la provincia a dettare il ritmo: quei piccoli paesi che sembrano non offrire nulla, ma che invece regalano ispirazioni infinite. È lì che nascono le “anime povere” delle sue canzoni, tra storie vissute e schegge di fantasia, con l’unico desiderio di raccontare la quotidianità per quella che è: nuda, cruda e maledettamente vera.
L’album d’esordio de La Quarta Classe mette in luce quanto possa essere affascinante la realtà di tutti i giorni, quella che non brilla ma che pulsa, quella che merita finalmente un palcoscenico. Niente arie da scrittore, solo musica che prende forma. E mentre le luci si spengono definitivamente, sembra quasi di sentirli ricalcare l’eleganza disperata dei loro colleghi sul Titanic, un attimo prima che il mare si porti via tutto: “Signori, è stato un piacere suonare per voi questa sera”. Solo che qui, nella Quarta Classe, si continua a suonare finché c’è vita, tra il fango e le stelle.




