Per i trenta anni de “Il Vile”, un disco epocale che ha influenzato un’intera generazione, i Marlene Kuntz hanno organizzato un tour che rappresenta un viaggio nella memoria
Memorie in Agguato
Per riassumere il mood della serata in un solo flash citerei Cristiano Godano che dopo aver dato proprio tutto sul palco suonando Il vile, guarda sardonico le prime file di fan sudati e soddisfatti e dice: “E adesso però usciamo dalla deliziosa comfort zone anni ’90”.
Ma facciamo un passo indietro.
Dicono che le canzoni imparate a memoria nell’adolescenza non si scordano più, te le porti nella tomba, perché restiamo appiccicati a quei suoni e quelle parole delle emozioni dall’intensità assoluta, delle ondate tra tonfi ed estasi insomma, come quelle contro le transenne nei concerti in prima fila da cui non si usciva proprio indenni per intenderci.

Dai, posso dire che non c’è andata male, a chi come me si porterà dietro “Il vile” – disco uscito nel 1996 per l’allora Consorzio Produttori Indipendenti, un album che è talmente bello e riuscito e puntuale e seminale per tante band che sono venute dopo – del quale se n’erano già festeggiati i vent’anni nel 2016 (testimone un bel vinile rosa che mi guarda di sguincio da una mensola in soggiorno). E ora per i 30 anni s’è regalata pure – tra tutto il resto ovviamente – anche un’edizione limitata disegnata e fumettata da Alessandro Baronciani.

“Il Vile” è il secondo disco della band cuneese, quello che è arrivato dopo l’esordio fulminante di “Catartica” dove finalmente le chitarre distorte si fondevano a liriche in italiano e anche dal registro per niente banale – sicuramente più vicino al letterario che al colloquiale, di certo non standard – con buona pace di tutti, pubblico e critica. “Il Vile” è un disco potente, cupo, duro, compatto, esplicito, se pensassi ad un altro aggettivo mi verrebbe da dire “vero”. Per questo rimane nella top 10 dei miei dischi preferiti di sempre.

I testi sono scomodi, scivolosi, permeati ovunque di disagio assoluto, personaggi outsider.
D’altra parte solo due anni prima oltreoceano Beck era fuori con il suo “Loser”, mentre i Nirvana avevano pianto Kurt Cobain, insomma il clima culturale era quello.
Canzoni con un’attitudine del genere richiedono una certa generosità e onestà nell’esecuzione per graffiare ancora. Per questo risentirlo live, per intero, traccia dopo traccia, tanti anni dopo era una tentazione viva.
Il tour di questo periodo, più di dieci date molto serrate tra marzo e aprile 2026, prevede la formazione con Cristiano Godano alla voce e chitarra, Riccardo Tesio alla chitarra, Luca Lagash Saporiti al basso e Sergio Carnevale alla batteria.

La cosa più bella che ho visto nel live è una band vitale che onora (per restare filologici) un disco molto importante della sua carriera, un disco del secolo Novecento, con trasporto e rispetto, che non vuole sedersi sul passato ma esiste nel proprio presente.
Una bella complicità sul palco, coinvolgenti nelle digressioni, fughe e code strumentali metalliche di pezzi come ad esempio “L’agguato” che mette ancora i brividi, come “Ape regina”. Come sempre non riesco a preferire una o l’altra tra le canzoni dell’album perché per me sono un concept unico.
Lo scambio di energia con il pubblico è intenso e sincero, l’atmosfera è molto piacevole anche per chi come me magari ha aperto qualche cassetto dei ricordi dei tanti concerti visti più di qualche anno fa.

“Il Vile” è suonato integralmente tranne il brano “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare” a seguire in scaletta pezzi amatissimi come “Sonica”, dove il pubblico esplode, “Nuotando nell’aria”, forse la più amata di sempre dai fan, e poi la provocatoria “Festa mesta”, la sognante “Lieve”, ma include anche canzoni un po’ fuori dalla traccia come “La mia promessa” e “Infinità”.
Probabilmente tutti meritavamo di più di questo presente incerto, ma una certezza resta immobile e fermissima: guardiamo dentro noi e continuiamo a “Onorare il Vile!”.
Gallery a cura di Gianluca Moro


































