Metti una sera a Roma, in quell’angolo di Trastevere, subito ai piedi del Gianicolo, che diventa improvvisamente aristocratico. Un appartamento signorile si trasforma in spazio da concerto, intimo, caldo come solo una casa vera sa essere: la meravigliosa Together Mansion. In questo ambiente inaspettato, Massimo Giangrande presenta il suo nuovo lavoro — e “Everest” si insinua nello spazio, lo occupa, e quando te ne accorgi è già troppo tardi per mandarlo via. Il disco sul piatto, e tutto il resto scompare.
Il respiro di Everest
La prima cosa che colpisce — e che non smette di colpire agli ascolti successivi — è che questo disco non suona italiano. Non come difetto, ma come rarità assoluta. In un panorama musicale come quello italiano, spesso ripiegato su se stesso e quasi rassegnato a una banalizzazione profonda del pensiero stesso di scrittura musicale “Everest” respira un’aria completamente diversa, più larga, più onesta. Con quella naturalezza di chi ha assorbito decenni di grande musica angloamericana senza doverla citare, senza doverla mostrare, semplicemente vivendoci dentro.
E c’è una ragione anche fisica, geografica, quasi necessaria in tutto questo. Everest nasce al Bosco Studio, il cuore di Produzioni dal Bosco, una label indipendente immersa nei boschi dell’Appennino tosco-emiliano — luogo sperduto, lontano da tutto, fondato sulla lunga amicizia e collaborazione tra Giangrande e Andrea Biagioli. Un posto in cui il silenzio non è assenza ma presenza, in cui il suono si forma lontano dal rumore del mercato e vicino a qualcosa di più essenziale. Quelle atmosfere di boschi e foreste remote, le stesse che certi dischi americani portano nel suono come una luce filtrata tra gli alberi, non sono un’influenza astratta. Sono l’aria che il disco ha respirato mentre veniva registrato. E si sente.

Giangrande è un musicista di rara raffinatezza, e si percepisce in ogni scelta, in quello che mette e in quello che decide di non mettere, nei silenzi tanto quanto nelle note. Ha una padronanza della chitarra e della voce che in pochi possiedono davvero: i due strumenti non si alternano, si parlano, si completano, costruiscono insieme un unico filo narrativo che attraversa il disco dall’inizio alla fine. La voce non canta sopra la musica, ci abita dentro, si muove tra le note della chitarra come se lo spazio fosse già stato preparato per lei. Ed è proprio quello spazio la chiave di tutto: ampio, arioso, capace di contenere emozioni senza schiacciarle. Un merito che va condiviso con Andrea Biagioli, al pianoforte e ai sintetizzatori, che ha costruito sotto e intorno a tutto il disco un tappeto sonoro di straordinaria sensibilità. Le sue tastiere danno al suono quella terza dimensione, quella profondità prospettica che trasforma una bella canzone in un paesaggio in cui perdersi. Senza quel contributo, “Everest” sarebbe comunque un disco importante. Con lui, è qualcosa di più raro.

Il disco si apre morbido, quasi sospeso, e per qualche brano ti lascia credere che sia un lavoro di ballad gentili, di quelle che scaldano senza bruciare. Poi qualcosa cambia, impercettibilmente, un bordo acido che affiora, una deriva psichedelica che non esplode mai del tutto ma rimane lì, come una corrente che scorre sotto la superficie del suono. È il momento in cui “Everest” rivela la sua vera natura: non un disco consolatorio, ma un disco complesso, che usa la morbidezza come ingresso e poi ti porta altrove. Le radici blues si sentono sempre, non come esibizione ma come struttura ossea, il modo in cui il corpo si muove prima ancora che la mente decida dove andare.

Quello che rimane, alla fine, è la sensazione di aver ascoltato qualcuno che sa scrivere canzoni nel senso più pieno del termine, non pezzi, non tracce, ma canzoni con un’architettura interna, un arco emotivo, un inizio e una fine che hanno senso l’uno rispetto all’altra. È un livello di scrittura che in Italia si vede raramente, e che nel contesto internazionale troverebbe il suo posto naturale senza fatica.
Questo è forse il pensiero che resta più a lungo dopo l’ultimo brano: che Massimo Giangrande meriterebbe un pubblico molto più grande di quello che probabilmente ha. Non perché lo meriti in senso astratto, ma perché la musica di Everest ha tutto quello che serve per arrivare lontano, la qualità, il respiro, l’universalità emotiva. Quello che manca non è nel disco. È fuori.”




