Frontier: solitudini spaziali

“Frontier” di Guillaume Singelin, pubblicato da Bao Publishing nella collana Cherry Bomb, è una riflessione politica, sociale e umanissima sulla desolazione di uomini che si ergono a colonizzatori, ma creano soltanto orizzonti desertici e solitudini spaziali.

Ci hanno ingannati e noi abbiamo chiuso gli occhi

Solitudini spaziali, abissi umani depredati e svuotati, orbite interrotte da tempeste di rifiuti, terre scoperte e devastate. Evoluzioni strozzate che diventano involuzioni. Navicelle abbandonate come lapidi fluttuanti. Immensità trasformate in piccolezze umane.

“Frontier”, il nuovo capolavoro grafico di Guillaume Singelin edito da Bao Publishing nella collana Cherry Bomb, è una riflessione amarissima, disperata (anche se non priva di speranza) sugli abissi dell’universo che vengono ingoiati, masticati e sputati, dalla violenza umana, da un impeto di conquista che diventa sfruttamento universale.

L’autore tratteggia la conquista dello spazio come una nuova colonizzazione, che inevitabilmente ripropone le stesse dinamiche politiche e sociali che hanno sporcato di sangue la nostra terra.

“Siamo tutti poco lucidi quando abbiamo qualcosa da perdere e finiamo per accettare il peggio”. E in questa rincorsa alla creazione di nuove frontiere, allo spostamento sempre più in avanti dei limiti della conoscenza, a essere sacrificate sono le individualità, la percezione dell’essere umano come entità sensibile ed empatica.

La conoscenza, la curiosità, il desiderio di confrontarsi con un altro a noi sconosciuto, viene fagocitata da una macchina capitalista che svuota e riempie, svuota e riempie. Proprio come le vignette di Singelin che sono traboccanti di oggetti, di rifiuti organici e spaziali, di rottami umani e alieni. Un impeto forsennato a un riempimento seriale, a una fagocitazione del tutto. Un vortice di oggetti e rifiuti prodotti e immediatamente gettati dal capitalismo spaziale. Il vento e le tempeste di meteoriti e di materiali organici e rottami investono ogni possibilità di evoluzione reale, ogni crescita che non sia quella consumista.

In questo pessimismo che non appare difficile definire cosmico, Singelin riesce però a far filtrare uno sprazzo di luce, di calore non artificiale. La capacità dell’essere umano di riconoscersi e riconoscere l’altro è l’unica rotta che può evitare di sprofondare negli abissi. “Non dimenticare mai le stelle” dice uno dei protagonisti. E in questo ricordo, in questa innocenza quasi fanciullesca è possibile trovare se stessi. E tagliare ogni filo che ci fa diventare marionette e rompere ogni teca che ci vuole come cavie in eterno.

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