Ilaria Pilar Patassini: Una “Luna in ariete” splendente

Un disco intimo e collettivo

Uno sguardo intimo e riservato che si apre al mondo, fino ad allargarsi al “suono che fa l’universo”. Un universo privato che diventa simbolo di una riscossa umana e collettiva. “Luna in ariete” di Ilaria Pilar Patassini è un disco dalle due facce, come il volto di una luna piena che si riduce in un respiro ad una piccola falce.

Un volto delicato, tenue, “protetto” come il primo suono di una nuova nascita e un volto preoccupato che osserva il mondo mentre frana e cerca uno spiraglio per una riscossa. “Luna in ariete” è una riserva indiana in musica, una piccola foresta di suoni che oscura il caos di quella porzione del mondo che crede di essere dalla parte giusta. Un album di dualità, di ferite commosse, di silenzi, di pacificazioni. Di riscosse. Umane ed universali, necessarie come il sangue che scorre in un cuore in assalto.

 Il quarto album  di Ilaria Pilar Patassini spazia da atmosfere rilassate, quasi jazzy, a ritmi più incalzanti, come quelli che contraddistinguono canzoni “dure” e politiche come “Alla riscossa” e “La parte giusta del mondo”.

Un disco di ricerca, umana ed artistica, nel quale il tema dell’amore – per se stessi, per la creazione, per il futuro, per la nostra realtà – è declinato in maniera mai banale od ostentata. E la voce di Ilaria Pilar, spesso, sembra cantare “in sottrazione” lasciando spazio al senso e al peso di parole che descrivono la paura del cambiamento (“lillipuziana esplosione nucleare, cesello di rivoluzione”) o che tracciano funesti scenari presenti (qui nella parte giusta lo sbagliamo il congiuntivo, perché a usarlo bene fa un po’ troppo intellettuale”).

Un disco “materno”

Si tratta di un disco prezioso anche per le modalità di incisione: tre session di registrazione, a distanza di un mese l’una dall’altra, realizzate dal quinto al settimo mese di gravidanza della cantante. Per ogni sessione sono state incise tre canzoni, in rigoroso ordine di tracklist. Tre rose rosse in più per ogni brano fino ad arrivare però non a 27, ma a 28, come il ciclo lunare e quello mestruale. Un simbolismo che rievoca la perfezione del numero tre, teorizzata dalla scuola Pitagorica, come sintesi fra il pari e il dispari.

Una sintesi perfetta come quella che cerca di tracciare Ilaria Pilar Patassini con questo disco, in continuo equilibrio fra il pop più raffinato e un jazz delicato, fra la canzone d’autore e quella di protesta, fra la ricerca di una dimensione intima e privata e lo sguardo rivolto all’esterno a contatto e contrasto con l’attualità.

Un nuovo inizio, luminoso come un punto e a capo perché, come canta Ilaria: “ricominciare è un vizio che non mi riesco a levare”.

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