Rachele Bastreghi: “L’arte deve essere pericolosa ed incosciente”

Il sogno e la paura del palco

Rachele Bastreghi, tastierista e voce dei Baustelle, durante i live si nasconde dietro le tastiere o dietro cappelli a falda larga che le coprono quasi gli occhi. Uno schermo contro la timidezza che, ancora oggi, dopo 20 anni di carriera, non riesce a nascondere.

Rachele si definisce “una privilegiata” perché è riuscita a realizzare il sogno di raccontarsi sul palco attraverso la musica. E il palco, ancora oggi, per lei ha un significato profondo: “Vuol dire tante cose: c’è la paura di non essere all’altezza, c’è la chiusura all’inizio per la paura di non essere all’altezza, però c’è, sempre e comunque, la voglia di essere se stessi”.

Dagli enormi set dei Baustelle ai piccoli stage in solitaria, con il passare del tempo Rachele racconta come la sua percezione del live sia cambiata: “I 20 anni con il mio gruppo e le esperienze musicali in solitaria, sono stati un enorme insegnamento. Ho imparato a godermi il palco, a liberarmi e divertirmi per prima. È sempre, e comunque, una ‘botta’ di adrenalina, tutto è esternato, tutto sembra stupendo”.

Un percorso che richiede, necessariamente, la partecipazione del pubblico: “Condividere quest’esperienza con la gente rende il live un momento magico, lo trasforma in arte”.

L’arte è uno spazio aperto dell’arte

La capacità di mettersi in gioco, di reinventarsi e reinventare la musica, di oltrepassare le barriere, anche se queste potrebbero essere uno schermo protettivo. L’arte non come strumento confortevole e confortante, ma come spazio rischioso, aperto e, proprio per questo, imprevedibile. “L’arte deve essere uno spazio incosciente ed anche pericoloso – spiega Rachele -, è sensibilità, è libertà. È come un volo che rischia anche di crollare giù a picco”.

E nella capacità di saper rischiare, di andare oltre gli schemi rassicuranti preimpostati emerge il vero artista e l’essenza della sua ricerca: la verità. “Per me è l’unica cosa che conta. Quando vedo o ascolto prodotti artefatti, anche se di primo acchito possono sembrare belli, ci credo poco. Attualmente sono tantissimi i progetti di questo tipo, ma io non riesco a ragionare in questo modo. Se non vivo una creazione come ‘mia’ in tutta la sua completezza, non riesco ad andare avanti. Si tratta di un ragionamento che non ha nulla a che fare con i soldi, infatti il mio amico Mauro Ermanno Giovanardi mi ripete sempre che morirò povera, perché mie scelte non sono dettate da opportunismo, ma dall’amore e dalle persone”.

Una consapevolezza, dura e nuda, che rende Rachele un unicum nel nostro panorama musicale. E che la porta a sperimentare e ad assecondare il suo ‘rumore interiore’: “Il rumore è curiosità, è frastuono, è il casino che mette in moto tutto. Significa parlare, condividere, cercare, ricercare qualcosa. Fermento. E fermentare significa seminare, quindi vivere”.

Altre storie
Margherita Vicario: dal terrazzo del “Pincio” alle nostre vite dalle finestre