Giulia Mei porta in tour l’unica cosa che ha capito della musica

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Giulia Mei riparte dai palchi con una certezza semplice e enorme: della musica, forse, ha capito solo il desiderio di suonare dal vivo. Lo dice nella nostra intervista, quasi togliendo peso a tutto il resto: il disco, le definizioni, le aspettative, le formule che dovrebbero spiegare come si tiene in piedi una carriera. Alla fine rimane questo: stare davanti alle persone, sentire cosa succede, incontrare vibrazioni umane.

Il suo Tour Estate 2026 parte il 16 giugno da Roma, all’Arci Roma Incontra il Mondo, e poi attraversa festival, città, province, spazi estivi, fino allo Sziget Festival di Budapest. Dopo oltre settanta date legate all’album “Io della musica non ci ho capito niente”, Giulia Mei torna con uno spettacolo nuovo, una scaletta diversa e l’energia di chi ha macinato chilometri senza perdere il gusto della prima volta.

Sul palco con lei tornano Vezeve e Dario Marchetti. Piano, voce, synth, beatboxing, loopstation, batteria, percussioni: una formazione che somiglia poco alla posa della cantautrice sola al centro della luce e molto di più a un organismo mobile. La sua musica, dal vivo, cambia pelle. Il pianoforte classico incontra l’elettronica, il cantautorato si sporca di ritmo, l’ironia arriva prima della ferita e poi la ferita resta lì, esposta, senza chiedere il permesso.

Il titolo dell’album continua a funzionare perché sembra una battuta e invece racconta un metodo. Somiglia a una dichiarazione di disobbedienza. Giulia Mei pare dire: se capire la musica significa farla stare dentro una griglia, allora meglio non capire. Meglio giocare, sbagliare strada, mischiare registri, scrivere cose tenere e feroci nella stessa canzone, far convivere la bambina e la donna adulta, il sarcasmo e il bisogno di essere presa sul serio.

Nel tour entra tutto questo. Entra una voglia di concerto come esperienza viva, non come esecuzione corretta. Entra il desiderio di ballare e piangere nella stessa sera, di saltare e poi restare zitti, di riconoscersi in una frase buttata lì con apparente leggerezza e accorgersi che quella frase ha appena detto qualcosa di noi.

Poi, certo, c’è “Bandiera”.

Giulia nella nostra intervista lo dice con precisione: la fica è una bandiera ed è un atto politico. Una frase che potrebbe diventare slogan e basta, se dietro non ci fosse una scrittura capace di reggerne il peso. Invece quel verso si porta addosso una storia più grande: il corpo, la paura, la libertà, il diritto di nominarsi senza vergogna. Nel live, però, “Bandiera” non resta un monumento. Diventa un momento collettivo. Una canzone che passa dal palco alla platea e cambia temperatura perché viene cantata da tante bocche, con storie diverse e la stessa fame di spazio.

La forza di Giulia Mei sta anche qui: prende parole enormi e le riporta a una dimensione fisica, concreta, quasi domestica. Non canta “la libertà” come concetto da manifesto; la fa passare dalla strada, dal letto, dalla famiglia, dal lavoro, dal rientro a casa, dal modo in cui una donna impara a occupare o ridurre il proprio spazio. La politica, nelle sue canzoni, non arriva vestita da lezione. Arriva come una cosa che ti riguarda mentre stai ridendo, mentre stai ballando, mentre ti accorgi che quella battuta ti ha appena punto.

Per questo il tour sembra il posto più naturale per capirla, o per non capirla insieme a lei. Giulia Mei ha una scrittura piena di intelligenza, ma il suo punto non è dimostrare bravura. Il punto è creare attrito, contatto, presenza. Fare in modo che una canzone non resti chiusa nello streaming, nell’algoritmo, nel commento, nella recensione, ma torni al luogo per cui forse è nata: una stanza, un palco, una folla, un respiro condiviso.

Della musica, dice, ha capito il desiderio di suonare dal vivo.

Basta questo, forse. Perché il resto — i generi, le etichette, le definizioni — arriva sempre dopo. Prima ci sono le persone. Prima c’è una voce che cerca un’altra voce. Prima c’è un palco acceso in una sera d’estate e qualcuno sotto che, per un attimo, sente di stare esattamente dove deve stare.

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