Così come il boccone che ingerisce il capitano di polizia omonimo, pochi secondi prima di essere freddato da Michael Corleone (ne “Il Padrino”) e che gli rimane in gola, si può riassumere la mia storia coi Mclusky: band gustosa, power-trio succulento e appagante, ma che purtroppo per vicissitudini varie, non sono mai riuscito a godermi dal vivo e dunque fino in fondo. Vero è che sono passati dall’Italia col contagocce, decadi orsono, ma nel 2025 hanno fortunatamente deciso di fissare 3 date per promuovere il nuovo album “The World Is Still Here And So Are We”.

Sono letteralmente saltato in piedi sulla sedia quando ho appreso del loro tour e relative date italiane (una la scorsa estate a Siena, due in questo incipit d’autunno, a Bologna e Milano); non posso nemmeno affermare di aver rimesso in rotazione i loro pochi ma eccezionali dischi da ripassare, perché i Mclusky sono una tra le mie band europee preferite, che non sono mai uscite dai miei ascolti, dalle mie playlist radiofoniche o dai mixtape (ebbene sì, sono ancora uno di quelli che fa ancora le “compilation da viaggio” in cd da mettere in auto).
Non siamo gli Oasis
Appena arrivato all’Arci Bellezza, mi imbatto in un amico batterista di vecchia data con cui non ci si incontrava in giro da qualche anno, ecco un altro aspetto magico e eterno dei concerti definibili “di nicchia” (perché questo sono i Mclusky, almeno in italia), ovvero gli incontri a colpo sicuro con qualche vecchia conoscenza.
Si scende e si arriva in sala concerti, la porta ci viene gentilmente aperta da Damien (bassista) che ringrazia per essere venuti.
Ovviamente la prima cosa che si scruta è il palco, la batteria è posizionata dietro al plexiglass, non me lo sarei aspettato ma in effetti per la “pacca” prevista e la relativa capienza della sala, non è nemmeno una cosa troppo strana.
Subito dopo si punta dritti al merch e con mio grande piacere … ci sono anche i dischi, inutile girarci attorno, lo reputo la norma ma da anni è quasi sempre l’eccezione; oltre al nuovo album (presente sia in formato LP che CD) è presente anche “The Difference Between Me And You Is That I’m Not On Fire” in LP, ci sono 4/5 tipologie di magliette tra cui l’iconica “Fuck This Band” con scritta bianca su sfondo nero: sì, sarà mia.
A gestire il banchetto c’è il batterista Jack, che si complimenta per la maglietta che indosso (Danko Jones) e mi tesse le lodi del loro immenso batterista Rich Knox, da me totalmente ricambiate.

Non è prevista alcuna band di supporto, alle 21.40 i tre gallesi salgono sul palco e finalmente posso sguinzagliare tutta l’adrenalina, mista alla curiosità di vederli in azione a letteralmente un metro e mezzo da me; iniziano e finiscono lo show (durato un’ora secca) con due dei loro pezzi più conosciuti e quasi certamente con cui li abbiamo sentiti la prima volta su suolo italico: apertura con “Lightsabre Cocksucking Blues” e chiusura con “To Hell With Good Intentions”, entrambi usciti come singoli e accompagnati a due videoclip che spesso andavano in rotazione prima su TMC2 e successivamente su Rock TV.
La scaletta saccheggia il mio disco preferito, “Do Dallas”, includendo i singoli estratti dagli altri album (l’esecuzione di “She Will Only Bring You Happiness” è valsa il biglietto e non esagero, climax della serata a mio modesto parere); viene dato giustamente spazio al nuovo album con 6 pezzi, per un totale di 17 canzoni.
Tra un brano e l’altro, con vero humour britannico (non dite mai “inglese” davanti a un welshman!), Andy mentre accorda, scorda o cambia la chitarra, ha frecciatine assortite un po’ per tutti, del tipo:
“Spero non siate qui stasera credendo di trovarvi davanti una punk-rock band”!
“Non siamo gli Oasis … quella è la reunion di due cocainomani”!
“I Queen ? No, non ci provate, non dite, non fate niente. Coi Queen non si può dir niente, voglio dire, tutti li abbiamo ascoltati, chiunque li ha ascoltati. Li ascolto qualche volta quando sono in bagno”!
Il finale è tutto per Damien, che dopo essersi liberato di tracolla e basso scatena una photosession con una minuscola fotocamera dal palco nei confronti del pubblico, composto da un centinaio di persone o poco più, età media sui 45 anni (e non mi sarei aspettato diversamente).
Possiamo andare a casa soddisfatti ? Senza dubbio alcuno. Preziosissima scaletta ben salda tra le mani e appunti presi per rimpolpare il concetto di “power trio” ideale.
Durante il ritorno a casa, si alternano per la mente un paio di quesiti:
- i nostri tre gallesi visti in azione oggi hanno 50 anni, su che livelli di devastazione sonora e amplificazione strumentale viaggiavano un quarto di secolo fa, agli albori della carriera ?
- dovremo aspettare altri 20 anni per rivederli ?




