Zen Circus: fra le stanze de L’ultima casa accogliente

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A chi nasce avvinghiato ad un cordone ombelicale, a chi cresce fra le urla, alle bestie rare che hanno aperto gli occhi coperti dal sangue. Al sangue sulle mani e nei polmoni. Al respiro di un corpo immobilizzato dentro al tempo. Al tempo che fa emergere città sommerse.

Questa è la vostra ultima casa accogliente.

A chi si ostina contro la forza degli eventi e cerca di spiegare ali di catrame per spiccare il volo. A chi cade. A chi continua a recitare nonostante la salve di fischi. Al soffio del vento che spegne gli accendini orfani delle sigarette.

Cercate pace nell’ultima casa accogliente.

Ai legacci che ci stringono dalla nascita. Al richiamo di una schiavitù che non si vergogna neanche della morte. Alla vita. Alla vita che supera l’eternità del mondo, che si arrampica sui gradini per toccare la luna. Ad una vita vissuta nella rincorsa di un amore difficile da immaginare. Alla vita che nega e nega e ancora nega e si spinge alla ricerca di una scusa per non essere felice. Ad una vita incattivita, resa indolente ed inerte. Alla vita e ai suoi continenti, che emergono dall’acqua e ci abbracciano.

Proteggendoci con il calore dell’ultima casa accogliente.

Ed infine, al Circo Zen, capace di erigere su pilastri traballanti, instabili e vulnerabili, ma ineluttabilmente umanissimi, gli Stati Uniti del Mondo. Una nazione imperfetta, fragile, popolata da un’umanità che cerca di sciogliersi da tutte le catene che la stritolano anche al costo di portare sulla pelle, in petto e sulle spalle, lo stigma di un segno indelebile.

Appesi alla luna – Zen Circus

Il calore de “L’ultima casa accogliente”

Ogni disco degli Zen Circus è un complesso rimando ed incrocio fra storie personali e narrazioni universali, emozioni private e pubbliche scosse telluriche. “L’ultima casa accogliente”, però, è ancora di più. Un album che rappresenta una mappa astrale delle nostre ferite, una cartina geografica di un mondo risucchiato dal dolore che cerca di divincolarsi e camminare. Nonostante le giunture e le ossa fradice e le mani avvizzite. Come se i personaggi imprigionati in catene nel precedente “Il fuoco in una stanza” si fossero guardati allo specchio ed avessero assunto la coscienza della propria condizione, del respiro di una libertà tanto necessaria quanto lontanissima.

Come se provassi amore – Zen Circus

E se le cicatrici si possono raccontare, ma non possono essere nascoste e se questo percorso porta ad una deprivazione emotiva ad un “non sento niente, non provo nulla, mi guardo dentro, non mi riconosco”, vale lo stesso la pena sbattere le proprie ali (inesistenti) come una cimice che si ostina ad affrontare il calore alogeno di una lampada. Perché il rumore degli schiaffi non può annullare il ricordo delle carezze, perché noi esseri umani siamo capaci di tutto e di niente. E il filo che corre fra questi opposti è rappresentato dalla ricerca di una meraviglia, figlia di un’innocenza rubata.

Abbiamo fatto tutto, non abbiamo fatto niente

Scisso gli atomi di una conchiglia

Vinto la morte, perso la meraviglia

Strappato foreste come fili d’erba

Abbiamo dato un nome ad ogni stella

Fatto l’amore senza capirne nulla

Condannata la pace ad essere guerra

Una meraviglia che esplode in uno sguardo. In una consapevolezza finalmente libera, che diventa una casa in grado di salvarci dai mostri, dal mondo, da quello che vogliamo, dal male profondo, dalla morale, dall’obbedienza, dalla normalità fatta sentenza, dalla vergogna, dall’efficienza, dalla sicurezza, dalla sufficienza.

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