Zen Circus: suonare in un abbraccio

Gli Zen Circus in un live acustico unico, un’esperienza musicale tattile, in cui pubblico e artisti vibrano in risonanza amplificando il volume delle emozioni oltre il livello di guardia

Un live acustico sul rooftop di Feria

Questo è il concerto degli Zen Circus sulla terrazza del Lanificio a Roma.

Una sera in cui ci si incontra e ci si riunisce per il piacere di stare insieme e suonare. Il palco è piccolo, in un’angolo della terrazza.

Il pubblico, ridotto vista la particolare natura dello spettacolo, sorseggia una birra seduto sui divani, sotto una rete di lampadine che sembra uscita da un film di Kusturica.

Quando arrivano Andrea Appino, Karim e Ufo devono farsi largo tra la gente per salire sul palco, basso come quello di un piano bar.

Gli strumenti sono tutti acustici, e non sono neanche tutti dei veri strumenti. Karim ha trovato per strada la tavoletta di un water ed ha scoperto che “suona” bene. Sarà quella la batteria per stasera.

Una goliardata da “amici che sanno suonare”, che scrivono la scaletta sulla tovaglietta di carta dell’autogrill.

Senza barriere

Non ci sono barriere con il pubblico. Niente pit, niente led walls, niente fumo e niente luci a isolare anche solo visivamente gli artisti sul palco.

Tolta la forma resta la sostanza di un legame solido tra gli Zen Circus e i loro fan. Si vede che l’amore è reciproco, che anche a loro piace questo contatto fisico, questa sintonia che l’atmosfera intima contribuisce a creare.

Le canzoni sono suonate col cuore, il pubblico canta e sogna sulle note ovattate degli strumenti acustici.

E agli Zen piace giocare con loro.

Tra un pezzo e l’altro si aprono a racconti della loro vita, esilaranti, veri. Si sfottono, scherzano con uno humour nero e irriverente, si dimostrano per quello che sono.

Artisti che sono persone normali, che hanno vissuto esperienze speciali, vite non banali che gli hanno dato consapevolezza senza fargli perdere la fiducia verso il prossimo.

Ricevono tanto dalle risate, dalle voci, dalle urla del pubblico e lo ripagano con la moneta immateriale della vicinanza, della comunione.

E poi, finita la scaletta scarabocchiata, si lanciano in un abbraccio collettivo. Via l’amplificazione, via i tappi dalla chitarra e dal basso, “batteria” sotto il braccio e si scende dal palco, in mezzo al pubblico.

Come in un falò in riva al mare, sotto un cielo di stelle e lampadine di una serata romana a suonare e cantare tutti insieme “Viva”.

Se vivi si muore stasera, almeno, si è vissuta una serata unica. Di quelle che consacrano il tuo amore per la musica e verso un gruppo di artisti, di cui scopri il lato umano, che ti sembra di conoscere quasi di persona, che ti fa entrare nella sua vita quasi fisicamente dopo avertela dischiusa con le parole delle canzoni.

Serate come questa ti chiudono alle spalle le tende del circo, e non vuoi più uscirci.

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