Kevin Hays Trio: jazz vivo nel cuore di Roma

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Solo Roma sa fare certe cose. Sa prendere una primaverile sera di marzo, una sala piccola e tre musicisti di rara bravura, e trasformare tutto in qualcosa che assomiglia a un segreto condiviso. All’Arciliuto è successo esattamente questo con il Kevin Hays Trio.

Jazz scritto nell’aria

Kevin Hays non annuncia il suo arrivo. Si siede, appoggia le mani sui tasti, e il silenzio nella stanza cambia consistenza. Non è più attesa, diventa ascolto. C’è una differenza enorme e lui la conosce fin troppo bene.
Alla sua destra, Thomas Morgan tratta il contrabbasso come se stesse traducendo qualcosa dall’intraducibile: non linee, ma pensieri lunghi, frasi che iniziano in un posto e finiscono altrove, sempre al momento giusto.
Più a destra ancora, a chiudere un perfetto semicerchio, Jeff Ballard — uno dei batteristi più intelligenti del jazz contemporaneo — che non scandisce il tempo ma lo abita, lo piega e lo rilascia con quella disinvoltura che è il segno delle grandi personalità.
Tre uomini che si ascoltano così bene da sembrare un unico sistema nervoso.


La sala è gremita. Tra il pubblico, una nutrita colonia di angloamericani residenti a Roma — voci di Brooklyn, di Londra, d’Irlanda — che per una sera hanno ritrovato in un vicolo del centro storico quella dimensione del jazz club che portano tatuata nell’orecchio. Ma anche romani purosangue, seduti con quella concentrazione sospesa di chi sa di trovarsi davanti a qualcosa di non ordinario.
Il concerto si è mosso tra standard e composizioni contemporanee con la sicurezza di chi non ha bisogno di scaletta visibile: era tutto già scritto nell’aria, bastava leggerlo. Hays suona con una chiarezza che disarma. Niente orpelli, niente citazioni esibite, niente virtuosismo da circo. Solo musica che sa dove vuole andare e ci arriva per vie che non avresti immaginato.

Poi è arrivato Stevie Wonder, e la stanza ha cambiato temperatura. Non un omaggio, non una cover — pura reinvenzione. Hays ha preso il materiale di quegli anni Settanta sperimentali e visionari, quel periodo in cui Wonder sembrava voler fare esplodere i confini di ogni genere, e ne ha estratto l’anima più inquieta. Il brano si dispiegava lentamente, con una tensione crescente che Ballard alimentava sottovoce, come un fuoco che si tiene basso prima di divampare. Morgan scolpiva il basso su frequenze quasi fisiche, lo sentivi nella pancia prima che nell’orecchio. E il pianoforte di Hays sopra tutto, ora lirico, ora obliquo, ora in bilico su armonie che aprivano voragini improvvise sotto i piedi. La sala ha smesso di respirare. Poi, nell’ultima sezione, qualcosa si è rotto nel senso migliore possibile, e gli applausi sono partiti prima ancora che il brano finisse del tutto.

Se c’è un rimpianto, è uno solo, è la mancanza dei fiati. Un sax, una tromba — non per riempire, ma per aggiungere quella dimensione respiratoria che nel jazz è quasi biologica, il suono che nasce dall’aria come la voce. In certi momenti si riusciva a percepire uno spazio aperto sopra il pianoforte, un cielo sopra quella musica bellissima, che un fiato avrebbe potuto attraversare come un uccello. Ma è un dettaglio in un concerto di altissimo livello. Perché la verità è che il trio ha riempito ogni spazio con intelligenza, ascolto reciproco e una qualità esecutiva impeccabile. Nessuna nota fuori posto, nessuna esibizione di virtuosismo fine a sé stesso: solo profondità, interazione, visione.

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