Abbiamo seguito il tour degli A Place To Bury Strangers nelle tappe italiane di Largo Venue a Roma e della Santeria a Milano. Una ricerca di un suono e di un’elettricità non addomesticata.
Oliver Ackermann (chitarra e voce) è una rock-star tanto carismatica quanto affabile. Quando termina il concerto sfodera un sorriso disarmante e si mette a disposizione dei fan che vogliono salutarlo, ringraziarlo e che vogliono farsi un selfie con lui. Sembra proprio che adori stare in mezzo alla gente, non c’è nessuna fretta e nessuna pressione, è uno che con lo sguardo comunica apertura e ascolto e stasera qui ci sono almeno tre generazioni di fan a rendergli omaggio.

Gli A Place to Bury Strangers, band nata nel 2002, arrivano da New York con la formazione composta da appunto Oliver Ackermann insieme a John Fedowitz (voce, basso, chitarra) e Sandra Fedowitz (voce, batteria) sono in un lungo tour in Europa legato all’uscita di Rare And Deadly, che è un’antologia, una raccolta, di brani anche sperimentali, piuttosto che frammenti e b-side, uno sguardo proprio nell’essenza che è quella più vera e profonda della band, che suona (play, nel senso di suonare e giocare) del materiale non del tutto addomesticato.

Andare ad un concerto degli A Place To Bury Strangers infatti vuol dire inoltrarsi con il proprio corpo in un territorio fisico, percepibile, a tratti selvaggio e sicuramente indomito. Un’indole che la band coltiva e mette in pratica sotto ogni aspetto: visivo, sonoro e performativo, da vent’anni e senza sconti. Assordanti.
La perdita di controllo, la ricerca del limite (da parte della band in piena coscienza e andando sempre un pezzettino più in là), la sensazione – a tratti – di un puro disorientamento da parte di chi ascolta, sono elementi ricercati in modo ossessivo durante tutta la performance tramite le luci stroboscopiche, le proiezioni, la nebbia artificiale, i suoni altissimi (il classico muro di suono), distorsioni – un noise in ogni sfumatura elettrica, pedali e filtri di cui Ackermann è nerd totale – ma anche (e forse sopratutto) per la mancanza di uno schema fisso e gerarchico tra artisti sul palco e pubblico sotto il palco. Non c’è un punto di vista univoco in questo show, perché tutto è soggetto ad un continuo rimescolamento, un movimento anche di oggetti e di postazioni sul palco, anche le voci che si alternano nei vari pezzi, il tutto corteggiando con stile il caos sulla scena e creando una sensazione importante di con-fusione con il pubblico.

La scaletta (che nella prima parte ha già visto brani intensi come Let’s See Each Other, Song for Girl from Macedonia, Bad Idea) infatti poi prende vita nella parte centrale del live con un momento sempre atteso dai fan in cui la band si immerge nella platea portando con sé una versione light della strumentazione e dando vita ad un cerchio ritmico, praticamente un vero cuore pulsante in mezzo al locale, un momento orizzontale in cui la vicinanza dei corpi crea un’intesa onda emotiva sia tra i musicisti che tra i musicisti e il pubblico, è impossible non sentirsi coinvolti in questo magma elettrico, magnetico, che attiva una risposta fisica: cantare, pogare, sudore (ho visto i telefoni usati per fare delle storie, ma meno della media dei concerti di solito).
La passione per il rumore forse è quello che unisce lo zoccolo duro del fandom di questa band, che non vive di singoli indimenticabili quanto nella credibilità che si è costruita sul concetto di frastuono che sono in grado di produrre, tuttavia la cosa magnifica per cui posso dire che vale sempre la pena di vedere un loro concerto è che tutta l’elettricità che ho visto usata in questo set era al servizio di una connessione umana che ha qualcosa a che vedere con il vibrare, esistere, risvegliarsi, assolutamente imprescindibile per la nostra epoca.
Gallery e foto interne di Gianluca Moro



























