Le Strade del Mediterraneo al Medimex

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Dal 18 al 20 giugno il cortile del Castello Aragonese di Taranto diventa protagonista di una evento curato da Antonio Diodato nell’ambito del Medimex. “Le Strade del Mediterraneo” è un progetto speciale dedicato ai suoni e alle atmosfere del nostro mare.

Le rotte musicali che portano alla strade del mare

Le strade del Mediterraneo non sono strade vere. Sono rotte che esistono solo mentre le percorri, tracce lasciate da chi ha attraversato questo mare portandosi dietro una lingua, una storia, uno strumento, un ritmo imparato da qualcun altro che lo aveva ascoltato da qualcun altro ancora. Sono tradizioni e legami che si trasmettono, sangue che scorre nelle vene di chi naviga, suoni ancestrali che diventano parte nel nostro tessuto emotivo.

Antonio Diodato lo sa bene — è di Taranto, una città che quelle stratificazioni le ha nel sangue e nella pietra — e per il secondo anno consecutivo porta al Medimex un progetto che prova a dare forma sonora a tutto questo. Dal 18 al 20 giugno, questo cortile trasporterà i suoi del mare facendoli accarezzare dal vento e illuminare da un tramonto che trasforma le mura del castello in una caleidoscopio in grado di far rifrangere tutte le sfumature della sabbia e del sole.

Sara Gioielli porterà in Puglia una musica che ha il peso specifico della sua città (Napoli) la sua densità emotiva, la sua capacità di tenere insieme il sacro e il popolare senza che nessuno dei due prevalga, ma trasformandoli in un unico flusso, in un unico modo di approcciarsi all’esistenza. Gioielli Neri, il suo primo disco, è la voce di qualcuno che ha trovato presto un centro di gravità proprio.

Venerdì 19 sale sul palco Davide Ambrogio, con la sua musica che nasce dall’Aspromonte — dalla tradizione orale calabrese, dai rituali, da un suono che ha radici così profonde da sembrare preistorico — e che viaggia attraverso il tempo e lo spazio. Mater Nullius, il suo nuovo album, prende il codice sonoro della Settimana Santa nel Sud Italia e lo porta dentro qualcosa di radicalmente contemporaneo: elettronica, sintetizzatori, una Via Crucis che diventa metafora di crisi interiore. Non è musica etnica. È musica che usa l’etnico come lingua per dire cose che nessun’altra lingua sa dire con la stessa precisione.

Sabato 20 chiude Sami Galbi, e con lui si cambia ancora latitudine. Svizzero-marocchino, porta sul palco la tensione fertile di chi è cresciuto esattamente nel mezzo — tra il raï e il chaâbi dell’infanzia nordafricana e l’elettronica delle scene alternative europee in cui si è formato. Non è un compromesso tra due mondi, è un terzo mondo che esiste solo grazie alla distanza tra i primi due. Musica da club con la memoria del deserto dentro.

Alla fine queste strade non finiscono mai davvero. Si interrompono, cambiano nome, spariscono sotto il mare e riemergono dall’altra parte con un altro accento. Tre serate non bastano a percorrerle tutte — ma è un buon posto da cui ricominciare a camminare.

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