Ghemon: un vero miracolo live

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Un concerto che ha abbattuto ogni distanza fra palco e pubblico, che ha fatto apparire quasi “normale” fare un live oggi, nonostante il rispetto di tutte le misure di contenimento imposte dal Covid. Ghemon, con la sua straordinaria band, si è caricato addosso tutte le ansie e le paure di questo periodo, le ha superate ed è riuscito a trascinare con sé il pubblico seduto. Dimostrando che oggi esiste una strada percorribile per i live ai tempi del Coronavirus. Un percorso che deve, necessariamente, partire dagli artisti

Ghemon: le parole e i movimenti che superano distanze e distanziamenti

Pochissimi giorni fa ci chiedevamo quale fosse il destino della musica live oggi, ci interrogavamo sulla sospensione dei corpi, sull’immobilità imposta e necessaria durante i concerti. Tutti gli spettacoli che abbiamo visto quest’estate ci hanno lasciati attoniti, sospesi. Sospesi fra l’imbarazzo palpabile degli artisti che spesso si sono scontrati contro il muro della distanza e il vuoto dello spazio. Gazzè ha avuto il merito di essere il primo big a cominciare con i live, a rompere la lastra di ghiaccio che divideva il passato dal presente. E poi ancora ci sono stati Daniele Silvestri, Alex Britti, Antonio Diodato. Live dove gli artisti si sono spesi, hanno provato in tutti modi a entrare in questa nuova dimensione. Una dimensione oscura, ancora da scoprire, nuova per tutti. “Ci siamo fermati a respirare”, spiegavamo, perché non siamo riusciti a raccontare questa nuova forma di musica dal vivo. Anche noi pensavamo che non esistesse un’altra strada possibile e percorribile e che fosse necessario aspettare. Ma non è così. E a dimostrarcelo è stato Ghemon durante il suo concerto all’Auditorium Parco della Musica nell’ambito di Romarama la manifestazione diffusa e promossa da Roma Capitale.

Ghemon ha compiuto un miracolo musicale facendo apparire normale quello che normale non è più e non lo sarà forse per molto tempo ancora. È salito sul palco senza paura, senza timidezza, senza timore per una distanza che sembrava incolmabile. E ha iniziato a vibrare e far vibrare il pubblico, seguendo i ritmi e i movimenti della propria musica ed anima. Ha attraversato il palco, lo ha percorso non facendolo apparire un altare, ma riportandolo ad una dimensione “terrena”, tangibile. Ha abbracciato con la voce i suoi musicisti, li ha fatti sentire “collettività” e non “singoli” elementi di uno show.

Ghemon

Ma, soprattutto, ha compiuto quel passo che non era ancora riuscito a nessuno dopo la riapertura dei live. Non ha fatto sentire il pubblico come un semplice “spettatore passivo”, quasi inerte nel suo immobilismo imposto, ma lo ha reso voce, strumento, essenza (extra)corporea e necessaria della sua musica. Un movimento delle spalle, un semplice battito di mani, uno sguardo, un microfono rivolto alla cavea: Ghemon è stato pelle e ossa, muscoli e sudore, urla e pianti del pubblico.

Quando un concerto ci coinvolge particolarmente spesso diciamo che ha “abbattuto ogni barriera fra palco e spettatori”. Il suo live è andato anche oltre, perché è riuscito a distruggere non solo tutte le barriere imposte per legge, ma anche quelle mentali, quella distanza psicologica che non riesce a farci vivere più l’essenza di uno show. Anche la scelta dell’apertura del live si è mossa in questo senso. Ghemon ha deciso di non rivolgersi ad un singolo o ad una band, ma a Michela Giraud, una delle migliori attrici comiche italiane. E così, fin dall’inizio dello spettacolo, quella malinconia che ci porta a guardare i posti vuoti accanto a noi si è dissolta. È evaporata.

E non restano nelle orecchie che le parole di Ghemon: “Io e te insieme siamo un vero miracolo. Riuscito senza una preghiera, ora che i muri e le difese si abbassano”.

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