Le visioni di cristallo di Nathan Fake

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“Il fantastico per me è l’opposto dell’arbitrario: una via per raggiungere l’universale
della rappresentazione mitica.

Devo costruire oggetti che esistano per sé, cose come i
cristalli, che rispondano a una razionalità impersonale”
(Italo Calvino)

In una recente intervista Nathan Fake ha definito “esoterico” il suo processo creativo: gli elementi che costituiscono le sue composizioni sembrano formarsi in un luogo interno invisibile e profondissimo, rifuggendo ogni tentativo di comprensione e di individuazione della loro origine attraverso il pensiero.

Una misteriosa emersione. Nell’ascoltare le tracce di “Crystal Vision”, presentato con un live set A/V durante l’ultima serata di “Manifesto”, uno dei Festival di elettronica più all’avanguardia nel nostro pase, ciò che colpisce e meraviglia è l’estrema esattezza, la raffinatissima geometria che sottende la sua scrittura, nella quale si rintracciano le molteplici influenze artistiche e la commistione di diversi sottogeneri dell’elettronica degli anni Novanta e Duemila, sapientemente rielaborati in un’estetica originale e personale. I reticoli ritmici ordinati e le ipnotiche ripetizioni simmetriche rimandano alla trance trip hop, le melodie rarefatte e le progressioni di accordi ricordano gli Autechre, così come i tempi sincopati, le ritmiche scomposte e le intermittenze degli arpeggiatori i Boards of Canada, mentre altri brani riportano alla synth dan ce, alla italo disco anni ’90 e alla classic jungle. Il titolo dell’album porta con sé una duplice suggestione: si riferisce alla “visione chiara” intesa come limpidezza dell’intenzione creativa e anche al cristallo come rappresentazione del processo ideativo e delle caratteristiche delle composizioni di Fake. Così come un solido cristallino ha origine da un piccolo cristallo iniziale e si accresce per l’aggregazione successiva di nuovi atomi, rispettando le proprietà geometriche di simmetria, le tracce di “Crystal Vision” (come specificato dallo stesso autore) si sviluppano a partire da un nucleo ritmico intorno al quale si stratificano progressivamente i suoni, dando vita a un lavoro sfaccettato, complesso, immaginifico e rigoroso allo stesso tempo.

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